sabato 8 giugno 2019

giugno 08, 2019

"Le cose che accadono": leggere un'altra Virginia Woolf. Con un'intervista a Iolanda Plescia


Si è concluso ormai da un po' di settimane il progetto Le cose che accadono, la lettura e commento del secondo volume dell'epistolario di Virginia Woolf, nato dalla mente pazza e appassionata di Carmen. E' stato un percorso decisamente divertente, non leggero ma di estremo interesse per noi tutti Virginia Lovers. Condividere più di due mesi di confronti virtuali con Carmen, Federica, Federico, Lisa, Oriana e Serena è stata un'esperienza del tutto nuova per me che mi ha dato la possibilità di conoscere non solo una Virginia diversa, ma anche di approfondire quella che conoscevo già. L'anno scorso mi ero detta spesso che sarebbe stato l'anno di Virginia, perché era capitato che a Natale avessi ricevuto una serie di libri su e di Virginia che ho guardato avidamente per tanto tempo. Poi il Natale è passato e la mia vita ha preso una strada che non avevo preventivato; l'università ha preso prepotentemente il sopravvento e non mi ha lasciata fino ad aprile di quest'anno; ho fatto una serie di incontri più o meno fortunati e ho, spero, trovato una serenità tale che alla fine credo di essermi un po' meritata.

Anche Virginia, alla fine, è arrivata e lo ha fatto come fa lei: delicata, leggiadra ma decisa, chiara e senza troppi peli sulla lingua. In una giornata di inizio giugno del 2018 la mia copia Einaudi di Mrs Dalloway mi ha richiamata a sé esigendo di essere letta. Era giunto il momento. Tra gli ultimi esami da fare prima della laurea, la lettura dei libri per la tesi - Faulkner vi dice qualcosa? - e la ricerca bibliografica per la tesi stessa, Clarissa Dalloway è stata presa e abbandonata sul comodino più e più volte, finché a dicembre non ho deciso di immergermici definitivamente e finire il romanzo. Ti racconterò in un altro momento la mia esperienza con uno dei libri più famosi di Virginia, perché questo preambolo molto poetico sul mio primo incontro con Woolf serve come base per il progetto nel quale mi sono immersa un paio di mesi dopo.

Mrs Dalloway è stata una lettura intensa e profonda, che mi ha fatto capire ed entrare in una fase molto importante per la produzione letteraria di Virginia. Mrs Dalloway è un romanzo che, tra le tante cose che fa, inquadra varie scene di vita: quella di Clarissa, che decide di andare a comprare i fiori lei stessa, quella tormentata di Septimus, quella preoccupata della moglie di Septimus, la vita di rimorsi e di avventure di Peter Walsh e per finire una vita pericolosamente troppo normale di una Londra del dopo guerra. La visione che Virginia dà di questi attimi di vita è, nella sua poesia, il culmine di un tipo di vista sul mondo che ha usato prima nei suoi racconti. Il progetto sul volume dell'epistolario Le cose che accadono mi ha dato la possibilità di scoprire anche questi nella loro genesi, produzione e pubblicazione.

Nella diretta del 16 aprile io e Carmen abbiamo affrontato un'infinità di argomenti che avevamo ordinatamente raggruppato per temi, ma nonostante un'organizzazione impeccabile, l'ora e mezza di diretta non è stata sufficiente per affrontarli tutti. Riporto qui le parti più salienti e non affrontate di quella sera, le parti anche un po' più tenere che ci fanno scoprire una Virginia insicura, premurosa e curiosa.

Woolf e Joyce: un rapporto complicato.

Le lettere che io e Carmen abbiamo letto risalgono all'anno 1918-1919, un periodo colmo di avvenimenti interessanti, tra cui l'incontro con James Joyce e il suo Ulysses, un romanzo che Virginia e Leonard rifiutano di pubblicare con la Hogarth Press, la casa editrice da loro creata nei mesi precedenti. La motivazione sembra essere di natura puramente economica perché il romanzo di Joyce aveva fin troppe pagine - un manoscritto di 300 pagine che all'epoca sarebbe costato troppo stampare per una piccola casa editrice. La verità, invece, è tutt'altra: Virginia legge l'Ulysses e lo detesta con tutta sé stessa, ne parla come un romanzo volgare del quale non capisce il senso. Cambierà comunque idea nei mesi successivi, anche grazie all'opinione di T. S. Eliot sul romanzo. La realtà di questa situazione si collega molto bene anche ad un profondo sentimento che Virginia prova in questi anni, ossia quello di non sentirsi riconosciuto il suo talento letterario; sa di averlo ma ne è estremamente insicura. Leggere un romanzo come quello di Joyce certo non aiuta la sicurezza in se stessa...
23 aprile 1918. A Lytton Strachey. [...] Ci è stato chiesto di stampare il nuovo romanzo del signor Joyce, dopo che tutti i tipografi di Londra e la maggior parte di quelli di provincia avevano rifiutato. Per cominciare c'è un cane che piscia - poi c'è un uomo che si masturba, e si può essere monotoni anche su quest'argomento. Inoltre, credo che il suo metodo, che è molto elaborato, voglia poi dire soltanto tagliar via le spiegazioni e mettere i pensieri tra virgolette. Perciò non penso lo stamperemo.
17 maggio 1918. A Harriet Weaver. [...] Abbiamo letto i capitoli del romanzo del signor Joyce con molto interesse, e vorremmo poter offrirci di pubblicarlo. Ma la lunghezza è un ostacolo insuperabile per noi al momento. 
Una piccola curiosità: se si confrontano le date delle lettere, Virginia Woolf sembra iniziare l'Ulisse intorno all'aprile del 1918, come riporta la lettera citata sopra. Porta avanti la lettura nonostante detesti il romanzo con tutta se stessa e stia anche leggendo in contemporanea anche Alla ricerca del tempo perduto di Proust, che, al contrario di Joyce adora e ammira profondamente. Virginia termina l'Ulisse solamente intorno al settembre del 1922, quasi ben due anni dopo averlo cominciato. Chi dice che i grandi scrittori non siano anche degli esseri umani come noi a cui può non piacere un libro come quello di Joyce e, per di più, metterci un bel po' di tempo per terminarlo?
3 ottobre 1922. A Vanessa Bell. [...] Mi incateno a quel libro [Ulisse di Joyce] come un martire al palo del supplizio, ed ora, grazie a Dio, l'ho finito. Il mio supplizio è terminato. 
L'ammirazione verso T. S. Eliot.
T. S. Eliot a Monk's House.

Al contrario di quanto accade con James Joyce, un'altra personalità letteraria del periodo fa breccia nel cuore di Virginia: si tratta di T. S. Eliot, che pubblicherà i suoi Poems per la prima volta proprio con la Hogarth Press. Virginia è affascinata da questo giovane talentuoso, lo invita a cena a casa Woolf e conversa con lui, anche se riconosce la sua lentezza nell'esprimere anche un semplice concetto.
18 novembre 1918. A Roger Fry. [...] Abbiamo avuto a cena quello strano giovane, Eliot. Ci mette tanto di quel tempo a dipanare le sue frasi che non siano arrivati molto lontano; ma abbiamo raggiunto Ezra Pound e Wyndham Lewis, e che grandi geni erano, e anche il signor Joyce lo è - su questo sono più propensa a trovarmi d'accordo; ma perché Eliot si è impantanato in questa melma? La sua cultura non può tirarlo fuori, o è la cultura che ti fa finire lì? Non che io abbia letto più di 10 parole di Ezra Pound, ma la mia convinzione della sua impostura è incrollabile.

Gli scritti e la guerra.

Una parte di queste lettere che ho trovato molto interessante - tra i vari intrighi di domestiche, torchi per stampare le illustrazioni e conflitti familiari - riguarda proprio il rapporto di Virginia con i propri scritti. Si chiede spesso se ciò che ha prodotto possa piacere al pubblico, scrive ai suoi amici del Bloomsbury se il racconto che ha appena finito sia di loro gradimento, per poi crollare e ammettere che "[o]ra mi sembra che il mio racconto sia bruttissimo…". Da questo quadro esce fuori una Virginia più umana ma soprattutto a contatto con la propria realtà, a dispetto di coloro che continuano a ritrarre la scrittrice come una suicida alienata ed estraniata dal mondo nel quale vive.

Questa caratteristica vitale di Virginia è fondamentale per capire la sua vita, la sua produzione letteraria e, se si vuole, anche il suo gesto finale. Nelle lettere lette, ad esempio, Woolf si preoccupa di molti aspetti della sua vita e nel momento in cui quella vitalità di cui lei stessa si nutre quotidianamente - odia restare chiusa in casa a causa della pioggia o del mal di testa - viene a mancare, lei si sente persa.

A conferma di ciò, Virginia partecipa attivamente all'osservazione di Londra e i dintorni nel periodo bellico e post-bellico. Assolutamente distante dalle questioni politiche, delle quali si occupa forse più Leonard di lei, Woolf è una persona che vive la guerra come chiunque altro, preoccupandosi del quotidiano ma anche del proprio futuro.
7 giugno 1918. A Molly MacCarthy. [...] Ti scrivo, posso ben dirlo, con enorme difficoltà, perché sto sostenendo con Leonard un'animata conversazione sulla vita in generale. E' felice? Abbiamo successo? Piacciamo alla gente? Cosa faremo quando sarà finita la guerra?
12 settembre 1918. A Vanessa Bell. Carissima, Leonard vuol provare a venire nonostante il tempo. [...] Vuoi che la signora Hammond porti tutte le sue tessere per il razionamento? Penso di sì.
Virginia Woolf intorno al 1920.
Londra, infatti, introdusse i cosiddetti food rationing, ossia il razionamento del cibo, nei primi mesi del 1918 per ridurre al minimo i consumi e la produzione di cibo. Nel momento in cui la guerra cessa per l'Inghilterra, Virginia non si smentisce e descrive con estremo divertimento di noi lettori una Londra bizzarra e folle dalla felicità che quasi disturba la sua concentrazione.
11 novembre 1918. A Vanessa Bell. Carissima, è mezzora che rimbombano i cannoni e suonano le sirene; perciò penso che siamo in pace, e non posso fare a meno di essere contenta del fatto che il tuo prezioso folletto [Angelica] nascerà in un mondo moderatamente ragionevole. Vedo che non ci sarà concesso di stare tranquilli tutto il giorno, perché sembra che la gente fischi ed inciti i cani ad abbaiare, anche se tutto è fatto in modo così intermittente da non avere alcun effetto, salvo disturbare. [...] Oh povera me, ora dei soldati ubriachi cominciano a lanciare grida di giubilo. Come faccio a scrivere il mio ultimo capitolo [di Night and Day] con tutto questo chiasso, e Nelly e Lottie [le domestiche] che irrompono a fare domande - ecco Nelly con 4 bandiere differenti che sta mettendo in tutte le stanze sul davanti. [...] Che chiasso fanno - e io, sebbene nel complesso sia piuttosto commossa, i sento anche enormemente malinconica. [...] C'è sicuramente anche un'atmosfera da letto di morte.

L'amore di una zia.

Se questa vitalità di Virginia viene presa come il fondamento della sua esistenza, si comprende anche un altro particolare evidente contenuto nelle lettere lette. Virginia non è mai diventata madre nonostante desiderasse dei figli; il medico, non si capisce con quale scusa, aveva consigliato a lei e a Leonard di non provare ad averne per la condizione psicofisica di Virginia. Il desiderio di maternità della scrittrice si dirige, comunque, verso un altro obiettivo, ovvero gli adorati nipoti, i figli della sorella Vanessa.

Virginia è una zia meravigliosa: si prende cura dei nipoti quando questi le vengono a far visita, li porta in giro, conversa con loro come fossero adulti e ne riconosce le abilità oratorie, soprattutto quelle di Quentin.
31 dicembre 1918. A Vanessa Bell. [...] Comunque, come dico, i bambini stanno benissimo, e non danno alcun fastidio. [...] Sono estremamente interessanti, oltre che simpatici. Julian, naturalmente, sa molte più cose sulla scienza, la storia e la geografia di me. Lui e Leonard ieri hanno avuto una discussione a proposito di cosa succederebbe se si mettesse un barometro sott'acqua in profondità. Leonard è rimasto molto colpito dalla sua intelligenza, e mi accorgo che si sta affezionando molto a loro. La mente di Quentin è, credo, assai simile alla mia. [...] Come fanno ad acquisire una tale ricchezza di linguaggio non lo so; mi pare una cosa straordinaria - a dire il vero, le loro menti nel complesso mi sembrano più svelte e intelligenti delle nostre.
Nel momento in cui Vanessa resta nuovamente incinta, Virginia, premurosa e accudiente com'è, si fa carico di una serie di compiti per allegerire lo stress della sorella, tra cui il prendersi cura dei nipoti nel periodo di Natale. Virginia è entusiasta, non solo di loro, bensì anche - e forse soprattutto - della nuova arrivata: Angelica Bell - poi conosciuta come Garnett, ma questa è un'altra storia... - nasce il 25 dicembre 1918 e la felicità di zia Virginia è incontenibile.
25 dicembre 1918. A Vanessa Bell. [...] Non ti puoi immaginare come ero eccitata, quando ho sentito di mia nipote. A dire la verità anche tu ti saresti commossa se avessi saputo come la gioia che provo qui s'era dileguata completamente, finché non mi hanno detto che era tutto finito. Come vedi sto diventando una vecchia zia ipersentimentale (sto già adottando il linguaggio di zia Mary) nei suoi confronti. Dev'essere la creaturina più adorabile dell'universo.
8 maggio 1919. A Violet Dickinson. [...] L'altro giorno ho visto mia nipote, Angelica; è deliziosa, con gli occhioni blu e le dita lunghe.
La bellezza e la profondità di Virginia Woolf fuoriesce prepotentemente dalle lettere che abbiamo letto e io non potrei essere più felice di aver avuto la possibilità di leggerle insieme ai miei compagni di avventura. Virginia parla per sé in queste lettere, mostra i suoi lati peggiori e quelli migliori senza alcun filtro ed è questo il motivo per cui è fondamentale e importante leggerle se la si vuole capire fino in fondo. Il resto sono chiacchiere che non hanno motivo di esistere.

L'intervista.

Ti lascio con una piccola postilla di chi Virginia Woolf l'ha studiata per una vita. Grazie al progetto, ho avuto la possibilità di conoscere e chiacchierare di questa scrittrice con Iolanda Plescia, professoressa di lingua inglese alla Sapienza, l'università dove studio. Il suo intervento è perfetto per concludere questa panoramica su una delle scrittrici più importanti del secolo scorso.

Virginia Woolf tesse una rete molto intensa di relazioni a vari livelli - intellettuali, amorose, amicali - con molti scrittori e scrittrici a lei contemporanei, come i membri del “Bloomsbury Group”, James Joyce, Katherine Mansfield o Vita Sackville-West. Che tipo di rapporto intrattiene Virginia con questa cerchia di scrittrici e scrittori, i quali spesso ottengono più riconoscimenti a livello letterario di lei?
Virginia Woolf ha vissuto quel che potremmo definire una vita di relazione, e pensa spesso a se stessa in relazione alle persone a lei più vicine.
Sin dalla decisione giovanile di lasciare Hyde Park Gate per andare a vivere con la sorella Vanessa e i fratelli Thoby e Adrian in un quartiere molto meno aristocratico di Londra, a Gordon Square appunto nel distretto di Bloomsbury, Virginia pensa a se stessa come al membro di una comunità, prima ancora che di una famiglia, e questa è un’impronta che ha dato alla sua vita e che vedremo continuare fino alla sua morte, come testimoniano le sue numerosissime lettere, scritte agli amici e alle persone che ha più amato lungo l’arco di una vita intera.
Particolarmente interessanti sono proprio le lettere e le testimonianze che ritroviamo nel suo diario, rivolte o dedicate ad altri intellettuali, non sempre necessariamente al centro del suo gruppo, che scrivono e si muovono nella sfera pubblica in quella loro epoca di grande trasformazione.
In realtà gli appartenenti al ‘gruppo’ non si definiscono come tali in senso formale, e si sentono più uniti da interessi condivisi e una comune passione per l’Arte: è difficile dunque delimitare il ‘gruppo’ con molta nettezza.
Oltre ai coniugi Woolf possiamo ricordare Keynes, grande economista che elaborò il concetto di pace economica, Strachey, che si occupò soprattutto di scrittura biografica trasformando profondamente il genere, lo scrittore Forster, il critico d’arte Clive Bell, Vanessa, la sorella di Virginia a lui sposata, Duncan Grant
Questi intellettuali intrecciano le loro vite in modo così profondo che è difficile parlare di influenza dell’uno sugli altri separando i rapporti, ed è probabilmente per questo che sono stati percepiti come un movimento, un gruppo compatto.
Certo è che condividono l’antipatia per le convenzioni sociali, per l’ipocrisia, e una volontà di mettere in gioco la loro arte o il loro sapere per scandagliare a fondo l’esperienza umana. Ma anche con altri intellettuali, che potremmo definire non al centro ma on the fringe, cioè che ruotano intorno al nucleo del gruppo (ma anche qui si tratta spesso di percezioni a posteriori dei critici), Woolf intrattiene relazioni molto profonde.
Il rapporto con Vita Sackville West è per lei fondamentale, come sappiamo, e più che ripercorrerlo qui consiglierei un libro appena uscito che riprende la loro corrispondenza offrendone una selezione tradotta in italiano, in cui i sentimenti delle due donne emergono in modo molto vivido: Scrivi sempre a mezzanotte, con traduzioni di Nadia Fusini e Sara De Simone, a cura di Elena Munafò (Donzelli editore).
Famosa è anche l’amicizia con Katherine Mansfield, un rapporto ambivalente, ma molto importante: si conoscono solo dal 1917 al 1923, anno della morte di Mansfield, ma intrecciano un’amicizia fortissima ma anche molto sincera, non priva di momenti di disagio, dissapore, anche crudeltà in un certo senso.
Virginia paragonerà Katherine, che viene dalle colonie, dalla Nuova Zelanda, a una gattaccia randagia; Mansfield scriverà una recensione sfavorevole a un lavoro della sua amica; ma entrambe sanno che sono donne impegnate in una ricerca molto affine, e la Hogarth Press dei coniugi Woolf pubblicherà il Preludio di Mansfield nel 1918.
Quando Mansfield muore di tubercolosi all’età di 34 anni, Woolf scrive nel suo diario: Ero invidiosa della sua scrittura – la sola scrittura di cui sia mai stata invidiosa.
È forte in Woolf appunto la sensazione che le menti più geniali intorno a lei siano impegnate in una ricerca simile alla sua, ognuna con il suo linguaggio, con il suo tono. T.S. Eliot, che a noi appare tanto austero, è per Virginia semplicemente ‘Tom’: saranno amici per vent’anni, condivideranno letture e opinioni, si leggono l’un l’altra, offrendo critiche e consigli, pur percorrendo strade diversissime dal punto di vista dell’espressione estetica; anche ‘Tom’ sarà pubblicato nel 1919 dalla Hogarth Press.
Più distante il rapporto con l’‘altro’ grande modernista, James Joyce: qui davvero si può parlare di mondi diversi, anche se di nuovo la ricerca è in fondo la stessa.
Ma il lavoro rivoluzionario sulla lingua portato avanti da Joyce non è particolarmente affine alla ricerca stilistica di Woolf, e lei lascia nei diari e nelle lettere impressioni molto dure sull’Ulisse – impressioni che qualcuno ha voluto leggere come frutto d’invidia per la fama raggiunta dallo scrittore irlandese, ma dovute in realtà al fatto che Woolf non apprezza ciò che considera degli ‘stunts’, dei mezzucci, dei trucchetti spettacolari con il linguaggio che trova pretenziosi: A first-rate writer respects writing too much to be tricky; startling; doing stunts.
D’altra parte, ricordano i maligni, i coniugi Woolf avevano ricevuto la proposta di pubblicare l’Ulisse e avevano rifiutato, e dunque… Celebre è rimasta l’immagine con la quale Woolf liquida Joyce come un giovane ‘brufoloso’, che per rinnovare il romanzo si comporta come un ragazzino disperato: per far entrare aria in una stanza non si limita ad aprire una finestra, ma si mette a spaccare tutti i vetri.
Eppure, in un altro passo del diario, Woolf esprime la consapevolezza che in fondo stanno entrambi cercando di raccontare l’esperienza della vita dal punto di vista interno, innovando la forma del romanzo.
Da tutti questi rapporti, così complessi, così vitali, improntati a volte alla sincerità più brutale, Woolf impara, trae spunti; osserva e si sente osservata; dialoga; le interessa l’opinione delle persone che ha attorno: la scrittura è anche condivisione. Sapere di essere letta, apprezzata, dagli amici ma anche da un pubblico più vasto, è per lei importante, e Virginia ci lascia varie testimonianze nel diario ad esempio sulle copie che ha venduto, sui progetti di pubblicazione in America…
Non si tratta di sterile ambizione, ma di una volontà di sentirsi ‘connessa’, diremmo oggi, è lo spirito di un’epoca di grande ricerca.
È anche per questo che nella Woolf Society italiana facciamo un lavoro che sottolinea molto la parola ‘comunità’, ed è per questo che nella prossima giornata “Tutta per lei”, che dedicheremo a Woolf presso la Casa Internazionale delle Donne il prossimo 9 giugno, abbiamo immaginato una sezione apposita che chiameremo ‘amicizie stellari’, in cui studiosi e appassionati ci racconteranno, in pillole, di alcune amicizie per lei fondamentali, non limitandosi a quelle da lei coltivate realmente, ma allargando anche alle affinità elettive che la legano a personaggi che non ha mai incontrato.
Iolanda Plescia

Consigli di lettura su Virginia:
- Virginia Woolf, Vita Sackville-West, Scrivi sempre a mezzanotte, a cura di Nadia Fusini, Sara de Simone ed Elena Munafò.
- Leonard Woolf, La mia vita con Virginia, a cura di Leonard Woolf.
- Virginia Woolf, Lunedì o martedì. Tutti i racconti, raccolta dei racconti scritti da Virginia negli anni delle lettere e citati spesso in queste ultime.
- Virginia Woolf, Granito e arcobaleno, estratti dalla raccolta pubblicata postuma da Leonard di saggi, articoli e riflessioni perduti di Virginia.

Per recuperare le newsletter del progetto:
Qualche pettegolezzo è gradito
Scrivere una lettera è come una lunga sosta al gabinetto
Virginia&Vanessa, Vanessa&Virginia (con un mio piccolo intervento sui racconti di Woolf...)
Non diventerò mai una scrittrice, disse Virginia Woolf 

sabato 1 giugno 2019

giugno 01, 2019

#LeOreconTolkien: un'avventura con "Il Signore degli Anelli"

"Three Rings for the Elven-kings under the sky,
Seven for the Dwarf-lords in their halls of stone,
Nine for Mortal Men doomed to die,
One for the Dark Lord on his dark throne
In the Land of Mordor where the Shadows lie.
One Ring to rule them all, One Ring to find them,
One Ring to bring them all and in the darkness bind them
In the Land of Mordor where the Shadows lie."


È ormai un po’ di tempo che Tolkien fa parte degli scrittori in pila sul comodino pronti per essere letti e divorati. Me lo sono ripetuta per un bel po’ di anni che mi chiedo il motivo per cui non abbia mai letto nulla di Tolkien prima, ma non credo troverò mai la risposta e, a questo punto, credo sia il caso di smettere di porsi la domanda.

Per chi fosse rimasto un po’ indietro, mi ripeto qui come ho fatto anche su Instagram. Il mio viaggio con J. R. R. Tolkien è iniziato senza che me ne rendessi conto quando ero piccola, sentendo la mia mamma parlare de Il signore degli Anelli come una delle prime letture fatte in inglese ai tempi dell’università. In seguito, si è aggiunto anche mio fratello e il mio momento sembrava non arrivare mai; poi, invece, ho iniziato io l’università e il mio percorso con i libri, la letteratura e lo studio critico di questa si è confermato. Tolkien è ha fatto il suo ingresso proprio durante un corso di letteratura comparata, durante il quale ho studiato un romanzo cavalleresco del ciclo arturiano, Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Questo romanzo allitterativo tanto affascinante quanto misterioso di un autore apparentemente anonimo risale al tardo XIV secolo ed è stato un importante oggetto di studio del professor Tolkien. È così che ho scoperto un lato accademico di questo grande scrittore che fino al quel momento mi era del tutto sconosciuto.

Se mi segui da un po’ di tempo ormai, probabilmente saprai che ho l’abitudine di conoscere i grandi scrittori in maniera inusuale, ovvero iniziando a leggere le opere minori per poi avvicinarmi pian piano a quelle più conosciute e importanti. Con Tolkien ho fatto lo stesso e sono finita subito sulla saggistica: la prima raccolta che ho letto è stata Il Medioevo e il Fantastico (Bompiani, 2003) a cui è seguita una piacevolissima e tenera lettura di Lettere da Babbo Natale (Bompiani, 2017), che ho recensito sul blog in occasione delle letture a tema natalizio. Il mese scorso, invece, è stato il turno di Lo Hobbit (versione annotata, Bompiani, 2012), del quale ho parlato qui.

#LeOreconTolkien è nato proprio mentre stavo portando a termine la lettura de Lo Hobbit quando ho capito che fosse giunto il momento di fare il grande passo e di leggere Il Signore degli Anelli.
Da oggi 1 giugno 2019, chi vorrà potrà unirsi a me nella lettura del primo libro, La compagnia dell’Anello e accompagnarmi in questa nuova avventura con hobbit, nani, elfi e uomini della Terra di Mezzo.

Quale edizione si leggerà?
Il mio senso da studiosa appassionata e un regalo inaspettato per la laurea hanno contribuito in maniera decisiva a far pendere l’ago della bilancia verso un’edizione in lingua inglese. Il mio viaggio nella Terra di Mezzo inizierà e terminerà con il cofanetto della HarperCollins del 2005, i cui testi sono curati da Douglas Anderson – lo stesso curatore dell’edizione annotata de Lo Hobbit – e corredati da specifiche sul testo e una Reader’s Companion con le appendici scritte dallo stesso Tolkien. Coloro che decideranno di seguirmi hanno piena libertà di scelta sull’edizione e sulla lingua, ma voglio aiutarti. Qui di seguito, dopo attente ricerche, ho selezionato le edizioni e traduzioni italiane migliori, così che nulla si perda di questa lettura.

Esistono due traduzioni de Il Signore degli Anelli: una, realizzata da Vicky Alliata e Quirino Principe degli anni ‘70 e un’altra risalente al 2003. Quest’ultima è la stessa appena citata ma ha subito delle importanti modifiche da parte della Società Tolkeniana Italiana (STI). Al momento, dopo attente ricerche e quesiti posti a chi Tolkien lo studia e lo legge da anni, la traduzione migliore è - come sempre - quella più recentemente rivista, ergo, quella del 2003. Si vocifera che per Natale di quest’anno dovrebbe uscire la nuova traduzione realizzata da Ottavio Fatica, ma al momento ancora è lontana dai nostri occhi.

Per quanto riguarda l’edizione che ti consiglio, dopo attente ricerche ti trovi anche qui con due scelte: per i più curiosi e appassionati di edizioni speciali, si può optare per Il Signore degli Anelli - Illustrato da Alan Lee, impreziosito da una mappa per seguire con attenzione Frodo nel suo impervio viaggio non solo attraverso le pagine. Per chi non volesse portarsi dietro un tomo del genere o spendere una cifra un po’ elevata, esiste la versione non illustrata ma altrettanto valida, quella Bompiani del 2017 che puoi trovare anche in versione digitale. Entrambe le edizioni contengono la traduzione rivista dalla STI del 2003.

Come porterò avanti il viaggio?
La lettura de Il Signore degli Anelli sarà, naturalmente, accompagnata dalle mie impressioni su tutti i canali social del blog. In aggiunta, potrai seguire la lettura anche attraverso articoli di approfondimento qui sul blog, che pubblicherò a scaglioni e che riguarderanno curiosità sul romanzo, la sua storia editoriale, i problemi della traduzione italiana, le varie edizioni in commercio e spero molto altro.

Se vuoi unirti a me in questa piccola ma importante avventura, basta solo acquistare il libro, se non ne sei già provvisto, e iniziare la lettura. Puoi unirti oggi, domani o quando preferisci tu e condividere con gli altri la tua esperienza di lettura su Instagram (o altri canali social) con l’hashtag #LeOreconTolkien.

Buona lettura e buon Tolkien a tutti!
Francesca, Le ore dentro ai libri.

martedì 28 maggio 2019

maggio 28, 2019

Londra letteraria...e non solo

E' raro trovare qualcuno a cui non piaccia Londra. La capitale inglese ha sempre suscitato fascino in chiunque, è una città multiculturale e interculturale che risponde agli interessi di tutti: appassionati di sport, di storia, d'arte, di aeronautica, di passeggiate nei parchi e naturalmente anche a chi, come noi, vive con la testa tra i libri. Nonostante i prezzi proibitivi degli ultimi anni, Londra rimane una meta perfetta anche per un fine settimana diverso dal solito.

In occasione di una gita un bel po' fuori porta in compagnia di padre e fratello - due santi, che mi hanno portata in giro assecondando le mie volontà - sono riuscita a girare abbastanza la città e visitare alcuni luoghi di interesse letterario - ma non solo - che nemmeno tu, seduta o seduto a casa, sul tram, sulla metro o sul letto puoi perderti.

Un'anteprima di Daunt Books

Se mi segui su Instagram sai ormai che per me questo è l'anno dedicato a Virginia Woolf, perciò quale migliore occasione di un viaggio a Londra per visitare i luoghi a lei dedicati?

Tavistock Square Gardens
Quasi nascosta e mimetizzata con gli arbusti, in un parco centrale nel quale, paradossalmente, il silenzio fa da padrone, si trova un busto molto particolare dedicato a Virginia. A Tavistock Square Gardens regnano indiscusse alcune delle personalità più influenti che hanno cambiato lo scenario politico e culturale del secolo scorso: al centro del giardino si trova la statua - un po' irriconoscibile - di Mahatma Gandhi, la cui imponenza è addolcita dai fiori lasciati dai passanti alla base (nella foto, in cui compare il santo papà che mi ha portata in giro, di fiori se ne vedono pochi, ma ce ne sono di più solitamente!) Entrando dal lato di Tavistock Pl. del giardino, sulla destra si può trovare la statua di Louisa Aldrich-Blake, la prima donna ad entrare a pieni titoli nella medicina e la prima a ottenere una qualifica da speciialista in chirurgia. Diede un contributo importantissimo all'Inghilterra durante la Prima Guerra Mondiale, organizzando gruppi di volontari e fu una delle prime ad operare i tumori alla cervice. Ultima, ma di certo non ultima, la nostra Virginia: il suo busto può essere trovato sulla sinistra una volta entrati sempre dal lato di Tavistock Pl. del giardino. La particolarità di questo busto è il viso, come se ci si fosse voluti concentrare su una Virginia in là con gli anni e, forse, quella più produttiva in campo letterario ma anche quella più provata dagli eventi.

82, Gower St.

Restando nel bellissimo quartiere di Bloomsbury, centro della vita di Virginia Woolf e dei modernisti, si trova una delle più belle librerie di Londra: Waterstones di Gower St. La libreria si sviluppa su tre piani - e io, per mancanza di tempo, ho visitato solo il ground floor tralasciando il seminterrato e il primo piano - e, nonostante si tratti di una libreria di catena, ogni Waterstone's ha la sua identità e quella di Gower St non è da meno: sezioni di storia - tanti, tantissimi libri sui Tudor, su Elizabeth I, sulla Prima Guerra Mondiale e sui Celti -, scaffali pieni di libri vintage e usati che mi hanno fatto venire l'acquolina in bocca e una vastità incontrollata di cancelleria che farebbe impazzire chiunque. Ti ho già detto il motivo per cui sono uscita da questa libreria? No? Non lo so nemmeno io. In questo articolo scritto da Francesca di Lostoquasendo puoi trovare molte più informazioni su Waterstone's Gower Street.
59, Lamb's Conduit St.
Ci spostiamo nel quartiere adiacente a Bloomsbury, quello di Holborn. A poca distanza l'uno dall'altro possiamo trovare due punti di interesse che non puoi perderti. Il primo è la libreria e sede dell'omonima casa editrice Persephone Books, che ormai conoscerai grazie ai racconti di Pamela (The Last Century Girl) e delle due Francesca che seguo, Lostoquasendo e Nuvole d'Inchiostro.

Persephone Books è una di quelle tipiche librerie inglesi che, non so per quale motivo, mi ricorda l'atmosfera del film Notting Hill, nonostante le due cose non siano minimamente legate tra loro. Il fatto è che gli inglesi hanno uno stile tutto loro nell'arredare le librerie indipendenti, che sono dei negozi in cui lo stile dovrebbe essere il primo elemento riconoscibile, sono forse il fiore all'occhiello di tutta Londra. Ogni libreria indipendente, piccola, media o grande che sia, ha uno stile tutto suo e Persephone Books non è da meno: mucchietti di libri accumulati su un tavolino al centro del negozio, accompagnati da un cartello "Books that we would have wanted to publish" - Libri che avremmo voluto pubblicare noi -, vasi di fiori sparsi per il locale, un manichino con indosso un vestito vintage in un angolo, una ciotolina di fragole profumatissime - che avrei rubato e mangiato volentieri - e l'ufficio della casa editrice alle spalle della casa e in bella vista per tutti i visitatori. L'atmosfera che si respira si percepisce da un'immagine soltanto: una delle editrici che risponde ad uno di quei telefoni con il caricatore manuale e filo ondulato, che squilla con un trillo che riporta tutti i visitatori al secolo precedente.


13, Lincoln's Inn Fields
Sempre a Holborn, avvicinandoci un po' di più alle rive del Tamigi, possiamo trovare un museo che con la letteratura ha poco a che fare, ma che secondo me vale assolutamente la pena visitare. Sto parlando del Sir John Soane's Museum

Sir John Soane è stato uno degli architetti neoclassici più famoso - e anche ricco, vedendo la sua "umile" residenza - dei suoi tempi e di quelli futuri. Costruttore della famosa Banca di Inghilterra - quella che si vede e di cui si parla spesso in Mary Poppins -, Soane ha reso la sua casa un vero e proprio museo non solo per fini didattici ma anche per dare un giusto spazio alle sue incredibili collezioni. La casa è gigantesca ma è costruita in modo labirintico ed è tutto un susseguirsi di ambienti sia angusti che ariosi. Le collezioni di Soane sono disposte in modo eclettico e comprendono oggetti eccezionali come il sarcofago di Seti I, che acquistò nel 1824 e per il quale diede una festa che durò tre giorni. Uno degli illustri invitati? Samuel Taylor Coleridge. Oltre ai reperti egizi, nel museo si possono ammirare bronzi e statue greche e romane ma soprattutto una serie di dipinti e disegni che ti lasceranno a bocca aperta.

Nel museo è vietato fare foto, perciò, per evitare una qualche specie di denuncia per l'utilizzo di foto che non posso usare, ti lascio il link al sito del museo.

48/49 Doughty St.
Un ultimo giro nel quartiere di Holborn: in una delle strade più pulite che io abbia mai visto, in cui gli edifici sono più bianchi del bianco stesso, si trova, un po' nascosto, il Charles Dickens Museum. Lo scrittore si trasferisce in questa casa con la moglie Catherine nel 1837, pochi mesi prima dell'inizio del regno della regina Vittoria, e ci vive per soli due anni e mezzo. L'importanza di questa casa risiede nel fatto che i suoi muri sono stati testimoni del periodo più produttivo per Dickens: a Doughty Street lo scrittore termina The Pickwick Papers che in precedenza gli aveva assicurato fama mondiale, pubblica Oliver Twist e scrive Nicholas Nickleby. La casa-museo è a pagamento, ma ne vale la pena: cinque piani da percorrere tra i libri, pagine di manoscritti firmati da Dickens, lettere e storie sulla sua travagliata vita familiare.





84, Marylebone High St.
Ritorniamo alle librerie: un posto che non devi farti scappare è Daunt Books, una libreria indipendente che ha più sedi sul territorio londinese. Quella più bella si trova, senza ombra di dubbio, nel quartiere di Marylebone: spazi ampi in cui il legno e i libri coprono ogni spazio, una stanza con la vetrata più particolare che abbia mai visto e una miriade di scaffali dedicati ai libri per viaggiatori. Daunt Books, infatti, si specializza in questo ed è la libreria perfetta per chi ama viaggiare.


337/338 Belvedere Road
Lo so, i libri non sono un bene economico a Londra, ma d'altronde cosa lo è in questa città? In ogni caso, se vuoi trovare delle chicche letterarie ad un prezzo estremamente contenuto, Londra è ben fornita di librerie dell'usato. Tra le tante, c'è un posto nel quale dovrò tornare preparata, con spicci e banconote. Si tratta del Southbank Centre Book Market, un mercatino di bancarelle piene di libri usati a prezzi ridicoli. Libri in edizione economica, copertina rigida e libri illustrati: sotto il Waterloo Bridge sulla Queen's Walk, questo mercatino delle meraviglie è aperto tutti i giorni fino alle 7 di sera. 

221B, Baker St.
Sarà anche scontato e banale da indicare e ricordare, ma è necessario farlo per i tuoi occhi. Al 221B di Baker Street sai già cosa puoi trovare. Oltre al negozio dei Beatles e alla fila immensa di persone che aspetta di potersi fare una foto con un finto poliziotto di fronte ad una porta, a questo famoso numero puoi trovare il museo dedicato alla creazione più conosciuta di Sir Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes. Non potendo visitare il museo, mi sono fermata al gift shop all'entrata e già questo offre uno scorcio delle ambientazioni dei libri di Conan Doyle, nel caso in cui non si avesse la possibilità di spendere una fortuna per entrare al museo vero e proprio. Anche solo per una foto con il fantomatico poliziotto, questa meta è tra le più interessanti di Londra.


22, Hyde Park Gate
Ho iniziato questo tour letterario della città con Virginia Woolf, perciò non posso non finirlo con lei visto che è stata la mia musa letteraria ispiratrice durante la mia permanenza a Londra.

Questa città ha un tratto particolare tra i tanti che la rendono famosa in tutto il mondo: l'organismo pubblico dell'English Heritage che si incarica della gestione del patrimonio culturale inglese, ha preso sotto la sua ala protettrice le "blue plaque", ossia delle targhe blu apposte sugli edifici in cui hanno vissuto dei personaggi famosi. Dal 1866, queste targhe occupano molti degli edifici della capitale inglese, tra cui il 22 Hyde Park Gate. Questa piccolissima via, un po' nascosta dal traffico cittadino, che si trova a pochissimi passi da Hyde Park, ospita la casa dove la famiglia Stephen ha vissuto fino al 1904. Virginia e Vanessa Stephen, che sarebbero diventate in futuro rispettivamente Virginia Woolf e Vanessa Bell, naquero in questa casa e vi abitarono fino alla morte del padre, Sir Leslie Stephen, nel 1904. L'emozione di poter vedere questo posto, anche solo da fuori, è stata indescrivibile e forse anche un po' strana. La parte curiosa di tutto ciò è che di fronte a questo edificio si può trovare la casa dove ha vissuto ed è morto Winston Churchill. Una strada di grandi nomi.

Ci leggiamo presto,
Francesca, Le ore dentro ai libri

mercoledì 24 aprile 2019

aprile 24, 2019

"In un buco nella terra viveva uno hobbit". Il mio viaggio con Bilbo Baggins


Autore: John Ronald Reuel Tolkien
Titolo originale: The Annotated Hobbit
Anno di pubblicazione: 1937
Edizione: Bompiani, 2012
Traduzione: Caterina Ciuferri, Paolo Paron
In un buco nella terra viveva uno hobbit.

Il mio viaggio con Lo Hobbit è iniziato ufficialmente il 23 febbraio del 2019 e si è concluso due mesi dopo, il 23 aprile 2019. E' stato strano avvicinarsi ad un romanzo che sapevo avrei dovuto leggere molto tempo prima ma nei confronti del quale ho sempre mantenuto le giuste distanze senza un motivo ben preciso. I motivi possono essere diversi: sarà che i fantasy non rientrano nella categoria dei libri che amo leggere; sarà che quel momento dell'infanzia in cui si dovrebbe leggere un libro del genere per me era passato da un bel po' - o forse non è mai arrivato, non avendo mai letto nulla del genere -; sarà anche che negli ultimi tre anni sono stata, in qualche modo, costretta a limitare le mie letture in un confine ben preciso che solo una volta si è avvicinato marginalmente al genere del fantasy.

Insomma, ammetto che da parte mia non ci sia mai stato un interesse abbastanza forte per avvicinarmi a Lo Hobbit in passato, ma finalmente negli ultimi mesi il desiderio di aprire e iniziare finalmente a leggere quel volume che avevo riposto ordinatamente nella libreria è aumentato vertiginosamente.

Perché e come: la lettura de Lo Hobbit.

Ho sempre osservato, analizzato e anche un po' studiato la parte più accademica, se così vogliamo definirla, di J. R. R. Tolkien e, come al mio solito, mi sono avvicinata all'autore dall'esterno, dalle opere meno conosciute. La mia parte da "studiosa di letteratura" ha sempre la meglio per quanto mi riguarda e questo porta a due semplici conclusioni: una è stata già anticipata e riguarda l'idea, molto forte in me, che per conoscere uno scrittore sia necessario leggere soprattutto le opere minori che spesso e volentieri costituiscono il corollario e la base per le opere maggiori.

Con Tolkien è più o meno così, almeno per ciò che ho letto io prima de Lo Hobbit, il che significa Il Medioevo e il fantastico, una raccolta di saggi filologici, letterari e linguistici scritti da Tolkien su argomenti che finiscono per costituire le fondamenta dell'universo da lui creato, e Lettere da Babbo Natale - recensito qui nell'articolo sulle letture di Natale -, una raccolta delle lettere indirizzate ai figli in cui Tolkien si firma Babbo Natale e nell'arco di ventanni crea un intero universo fantastico prendendo spunto dalle varie mitologie e leggende sul padre del Natale, pagano e cristiano.

La seconda conclusione è decisamente più semplice e riguarda l'acquisto dell'edizione perfetta de Lo Hobbit, che è quella annotata da Douglas A. Anderson edita Bompiani. L'edizione è arricchita da molti elementi che la rendono la migliore per gli "appassionati" o per gli avidi di conoscenza letteraria - come la sottoscritta -.

Sono presenti numerosissime note sparse ai margini del testo che riguardano non solo parti del testo, ma anche il romanzo in generale, le avventure che Tolkien ha vissuto da giovane e che hanno ispirato il romanzo. Al riguardo, è stato decisamente interessante scoprire che lo scrittore fu ispirato nel descrivere il percorso dei nani e di Bilbo da Gran Burrone al di là delle Montagne Nebbiose dalle avventure vissute da lui stesso in Svizzera nel 1911. Inoltre, Anderson informa il lettore che nel 1952 Tolkien registrò la sua voce leggere sia Il Signore degli Anelli che una parte de Lo Hobbit che comprende l'incontro di Bilbo con Gollum: questo nastro è stato messo in circolazione con il titolo J. R. R. Tolkien Reads and Sings His "The Hobbit" and "The Fellowship of the Ring" (parti di questa registrazione si possono trovare su BrainPickings ma anche su YouTube ).

C'è anche un corposo apparato di appendici scritte da Tolkien - come La cerca di Erebor, ossia il racconto di come Gandalf abbia organizzato il viaggio di Bilbo e i nani verso Erebor, la Montagna Solitaria, o l'appendice sulle rune o l'approfondimento sulle varie traduzioni de Lo Hobbit - nel corso delle varie edizioni del romanzo pubblicate negli anni e, quindi, anche da una serie di approfondimenti sulla storia editoriale de Lo Hobbit.

Qui, nel profondo, presso l'acqua scura, viveva il vecchio Gollum, un essere piccolo e viscido. Non so da dove venisse, né chi o cosa fosse. Era Gollum, scuro come l'oscurità stessa, eccezion fatta per due grandi occhi rotondi e pallidi nel viso scarno.

L'unica pecca che ho riscontrato è che leggere l'avventura di Bilbo Baggins per la prima volta facendosi accompagnare dalle note a margine rende la lettura un po' troppo accademica. Mi spiego meglio: ho provato a leggere una buona parte del libro fermandomi per leggere ogni nota e mi sono resa conto che mi stavo perdendo gran parte del coinvolgimento che Tolkien riesce a creare nel raccontare la storia. Lasciando da parte le note, almeno inizialmente, nella lettura del resto del libro sono riuscita a godermi molto di più la storia.

Lo Hobbit annotato è stato pubblicato per la prima volta nel 1988 e la seconda edizione è apparsa quattordici anni dopo, nel 2002. Secondo Anderson, questa nuova edizione fornisce "informazioni più approfondite sulla vita di Tolkien, sui suoi amici e colleghi, sui suoi interessi letterari e sulle altre opere, in modo da ottenere un ritratto complessivo più efficace." ed è decisamente riuscito nell'intento.

Perché leggere Lo Hobbit prima de Il Signore degli Anelli.

Per quanto io voglia immergermi nella lettura dei romanzi di Tolkien come avrei fatto se fossi stata più piccola, è indubbio che la mia parte da "piccola studiosa" farà sempre la sua parte e questo è il motivo per cui ho scelto, ma soprattutto sentito, di dover leggere Lo Hobbit ancor prima de Il Signore degli Anelli.

Come nelle migliori tradizioni delle saghe antiche, la storia del viaggio di "andata e ritorno, una vacanza da hobbit" fu prima inventato e raccontato oralmente da Tolkien ai suoi figli intorno al 1930, dopo un decennio di diversi racconti che lo scrittore inventava appositamente per i figli, alcuni dei quali furono messi per iscritto. Uno di questi sembra essere proprio Lo Hobbit, messo nero su bianco e pubblicato dalla Allen&Unwin nel 1937. Nel corso degli anni precedenti, Tolkien aveva sviluppato a pieno un interesse per le lingue e le letterature antiche, studiandole poi all'università e specializzandosi in antico inglese, antico norvegese e middle english. A soli sedici anni, in compagnia dei cugini, Tolkien aveva già inventato una lingua, l'Animalic. Nel 1910 aveva iniziato a scrivere poesie, i cui temi facevano spesso riferimento alle antiche leggende e servirono da base per lo sviluppo della mitologia tolkeniana.

Tutto questo confluisce in modo abbastanza ordinato ne Lo Hobbit, che è la sintesi di un percorso umano, accademico, letterario che pone le basi per la stesura dei romanzi e racconti successivi ambientati nella Terra di Mezzo. Credo che ora il motivo per cui abbia sentito di dover leggere Lo Hobbit per primo sia molto più chiaro, no?

Leggere Lo Hobbit per la prima volta.

Mio malgrado, credo di non riuscire a esprimere a pieno ciò che questo libro mi ha lasciato. E' chiaro anche a me stessa che mi è piaciuto, che me lo sono goduto dalla prima all'ultima pagina e che, in fin dei conti, sia una storia meravigliosa. Allo stesso tempo però, rimane un libro molto semplice e nella sua semplicità funziona alla perfezione. La storia di Bilbo è spesso portata avanti con le tecniche narrative proprie della tradizione nordica delle saghe, quindi attraverso formule e una struttura che pur ripetendosi rende la storia molto dinamica.

Raggomitolato sulla dura roccia, dormì meglio di quanto avesse mai fatto nel suo letto di piume. Ma per tutta la notte sognò casa sua, e nel sonno girò per tutte le stanze cercando qualcosa che non riusciva né a trovare né a rammentare che aspetto avesse.

Lo stile e l'accessibilità - termine che prendo in prestito dall'introduzione di Anderson - della scrittura di Tolkien offre alla storia un elemento senza il quale Lo Hobbit non sarebbe ciò che è, ossia un libro sia per bambini che per adulti, intriso di una cultura vastissima e spesso misteriosa, resa in modo che sia alla portata di tutti. Tuttavia, si percepisce che, nonostante le aggiunte fatte da Tolkien nel corso degli anni per adattare la storia, i riferimenti geografici e storici a ciò che viene raccontato ne Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit sia un racconto di sperimentazione per qualcosa di più grande.

Per quanto non mi piaccia etichettare le mie letture, è necessario catalogare questo libro nel genere fantasy, perché ad esso appartiene da un punto di vista letterario. Non sono mai stata una lettrice di fantasy e, leggendo Lo Hobbit mi sono resa conto che forse non è il mio genere. Lo so, Tolkien è un'eccezione per chiunque, motivo per cui la mia brama di conoscenza di questo scrittore, filologo, linguista, letterato, intellettuale quale è J.R.R. Tolkien non termina qui: ho in cantiere la lettura della trilogia centrale della sua produzione, ovvero Il Signore degli Anelli. Bilbo, Gandalf, acquile e nani ci leggeremo molto presto!

Francesca, Le ore dentro ai libri.

domenica 23 dicembre 2018

dicembre 23, 2018

Letture sotto l'albero - tre libri per quattro lettori

Buongiorno lettore e lettrice e buon inizio feste!

In attesa del terzo articolo sul confronto letterario (clicca qui per il primo e qui per il secondo) sul quale sto lavorando -giuro-, arriva in occasione delle feste natalizie l'atteso appuntamento con le Letture sotto l'albero.


L'anno scorso avevo improntato il nostro percorso su quattro letture che si adattassero al meglio all'atmosfera natalizia che rende un po' tutti più buoni - non tutti, alcuni rimangono i Grinch della situazione -. Quest'anno, invece, il nostro viaggio sarà un po' diverso: parto dalla doverosa premessa che in questi ultimi mesi ho fatto molta fatica a leggere libri che non fossero per l'università e che quindi le letture a tema natalizio hanno trovato poco spazio tra i mille impegni letterario-universitari dell'ultimo periodo. In ogni caso, non sono mancati i libri giusti per prepararsi all'atmosfera natalizia anche se, questa volta, si aggiungono alla lista dei libri che non avevo preso in considerazione. Da suggerimenti sparsi di qualche lettore e lettrice come te, sono giunta alla conclusione che quest'anno, le letture sotto l'albero saranno dei consigli di lettura e per gli acquisti con il fine rendere il Natale un po' più libresco e speciale non solo per te ma anche per chi ti sta vicino. Si tratta di libri che ho letto e amato e libri che ho regalato a chi voglio bene.

Doverose premesse e spiegazioni concluse, perciò passiamo ai libri!

Per il lettore natalizio

Abbiamo tutti un amico, un'amica o un familiare che non riesce a fare a meno di leggere un libro a tema con il periodo, che sia Natale, Halloween, l'estate o la primavera. Nel caso in cui nemmeno tu riesca a fare a meno di questa preparazione libresca in vista di un evento come, in questo caso, il Natale, ho qui pronti per te alcuni titoli che potrebbero aiutare.


Nel 2016, Iperborea ha avuto un'idea perfetta per preparare i suoi lettori al Natale pubblicando uno dei romanzi considerati il A Christmas Carol nordico. Sto parlando de Il pastore d'Islanda di Gunnar Gunnarson, che ho regalato a mio padre proprio due anni fa per Natale per farlo avvicinare piano piano al mio mondo di letture e di studi - visto che studio letterature nordiche -. Come le saghe islandesi, anche Il pastore d'Islanda si struttura come un cammino di uno per diventare, alla fine, il cammino di tutti, una parabola universale che, in questo caso, è avvolta da un clima rigido e nevoso e spesso sconosciuto ai lettori italiani.


Per questo Natale non posso lasciare da parte una casa editrice alla quale sono molto legata e che pubblica sempre storie magiche confezionate con una grafica meravigliosa. Anche quest'anno, Antonella, Lorenzo e Alessandro di ABEditore si sono barcamenati nella pubblicazione di un nuovo blocco di Imbustastorie, questa volta tutto tematico. Le quattro nuove bustine contengono racconti che vi faranno fare un vero viaggio tematico: dalla magia al doppio, passando per l'incubo e il sogno. Incontriamo autori come Charles Dickens, Marcel Schwob, Franz Kafka o Virginia Woolf ma visto che per ogni bustina si trovano ben cinque racconti, gli autori da scoprire sono molti altri. Insomma, una lettura perfetta da fare sotto le feste quando l'occhio è appesantito dagli abbondanti pranzi con parenti e amici e la mente non riesce a concentrarsi per troppo tempo. Un regalo meraviglioso e un'escamotage per chi non sente di poter andare a colpo sicuro con un romanzo specifico. Queste storie sono perfette per tutti i gusti.

Tornando al Natale come tema principale delle storie, la Bottega dei Traduttori - la stessa che ha collaborato con ABEditore per l'Imbustastorie - ha pubblicato una raccolta di racconti da culture e mondi differenti che mostrano il Natale con occhi diversi dai nostri. Gli autori inseriti nella raccolta sono tanti e anche conosciuti e ogni racconto è illustrato da un disegnatore professionista. Una tenera raccolta di letture da leggere la sera per rilassarsi e godersi a pieno l'atmosfera che solo il Natale può sprigionare.

Per il lettore letterario

Si sa, di lettori ce ne sono di tutti i tipi, anche chi, come la sottoscritta, non può fare a meno della Letteratura - quella con la L maiuscola - e di libri che parlano di libri, di scrittura e di lettura.


Il primo consiglio è un libricino che, sfortunatamente, non è stato ancora tradotto in italiano e che perciò devo proporti in inglese. Si tratta di The Travelling Companion di Ian Rankin, scrittore scozzese innamorato dei suoi territori e in particolare di Edimburgo e autore di una serie di romanzi polizieschi di successo. Lo sai, io non sono una lettrice di gialli o polizieschi - zia Agatha è la sola eccezione - ma con Ian Rankin sono riuscita ad iniziare, finire e farmi quasi piacere Resurrection Men. Rankin non è solo uno scrittore di gialli perché le sue storie non sono mai banali né fisse sul tema dell'indagine. The Travelling Companion, infatti, è un racconto di poche pagine in cui Rankin, lettore appassionato di Robert Louis Stevenson, costruisce una storia attorno ad un dottorando ossessionato dallo scrittore di Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Dopo la visita di un collezionista che afferma di avere il manoscritto originale del romanzo più famoso di Stevenson e del racconto mai pubblicato dal titolo The Travelling Companion, per Ronald Hastie inizia una ricerca esasperata che lo porterà molto lontano da se stesso e una conclusione decisamente inaspettata, non solo per lui ma anche per il lettore.


Un regalo che ho ricevuto a novembre e che ho letto con molto piacere è The Gifts of Reading di Robert Mcfarlane, anche questo non tradotto in italiano. Ci sarà una congiura contro i libri belli?
Al contrario degli altri libri consigliati, questo piccolo tesoro scritto da Mcfarlane non è un romanzo e nemmeno un racconto, bensì un saggio sulle gioie della lettura e sull'importanza che i libri possono avere nella vita di ognuno. Il punto di vista affrontato è quello personale di Macfarlane - professore di letteratura inglese a Cambridge - che include anche un percorso di crescita e di riscoperta dei piaceri della lettura. La bellezza di questo piccolo pamphlet - se così vogliamo chiamarlo - è la rilevanza che dà al legame tra i libri e i rapporti tra le persone, perché è vero che i leggere ci aiuta ad estraniarci dal mondo, ma è altrettanto vero che i libri siano un preziosissimo punto di incontro tra le persone.


L'ultimo - ma non ultimo - libro della categoria racchiude in realtà più volumi. Sto parlando dei libri che raccolgono la serie di interviste dal nome Writers at Work della The Paris Review, una rivista letteraria statunitense. Raccolte e pubblicate in inglese inizialmente dalla Penguin (ora da Canongate Books se non erro) e in italiano da Fandango Libri, queste interviste sono un elemento imperdibile nella libreria di un appassionato di letteratura, scrittura e storia della letteratura. Non sono rielaborazioni, saggi o simili, ma vere e proprie interviste riportate su carta a scrittori del calibro di William Faulkner, Truman Capote, T. S. Eliot, Ezra Pound, Philip Roth, John Steinbeck, Alberto Moravia e molti altri. Le raccolte partono dalla seconda metà del secolo scorso per arrivare fino ai giorni nostri, un patrimonio culturale che non ci si può far scappare.

Per il lettore bambino


Un libro che sicuramente ti sorprenderà perché forse poco conosciuto ai più è Roverandom di J. R. R. Tolkien, il padre della Terra di Mezzo e uno studioso di letteratura di tutto rispetto. Edito in inglese da Harper&Collins e in italiano dall'ormai fedele e tolkeniana Bompiani, questo breve racconto è stato scritto da Tolkien per suo figlio Michael dopo che questi aveva perso il suo giocattolo a forma di cane preferito. Storia di un cagnolino, Rover, che viene trasformato in un giocattolo da uno stregone, il racconto diventa una vera e propria quest del piccolo Rover attraverso mondi fantastici, come la luna o l'isola dei cani, per recuperare la propria identità e tornare un cane vero. Un'ottima lettura sia per grandi - appassionati di Tolkien e simili, aggiungerei - che per piccini.


Non potevo non consigliare un libro della tradizione svedese: dopo Astrid Lindgren, Ulf Stark vince il titolo dell'autore più importante di letteratura per bambini in Svezia, in particolare grazie ad un libro dal quale è stato tratto un film che viene trasmesso ogni anno sotto le feste natalizie in tutte le case svedesi: Sai fischiare Johanna? è una piccola e tenera storia sul legame tra nonni - anche in affitto - e nipoti che farebbe sciogliere il cuore anche al Grinch più odioso di tutti.

Se invece il nostro lettore è un po' più esigente e non si accontenta dei quattro capitoli di Ulf Stark, possiamo orientarci su un altro classico della letteratura per bambini, Storie proprio così di Rudyard Kipling, contenute però nel piccolo mondo ABEditore sotto il titolo Il libro delle bestie. Perché non scoprire il motivo per cui, secondo Kipling, l'elefante ha una proboscide così lunga o quale sia stato il risultato di un tentativo di mimetizzazione del leopardo? Meravigliosamente illustrate in questa nuova edizione, queste storie di stampo fantastico e spesso umoristiche non possono proprio mancare tra le letture da fare in panciolle davanti ad un camino...o un termosifone bello caldo se il camino, come me, non lo avete!

Per il lettore forte


Capiamoci, il lettore forte non è colui che riesce a sollevare più di otto libri con un braccio solo, o per lo meno non solo quello. Il lettore forte è colui che si sente pronto e capace di affrontare delle letture alquanto complicate e ingegnosamente strutturate da autori il cui fine non era proprio quello di far rilassare il lettore. La bellezza di questi libri, però, è che nonostante le difficoltà che si possono riscontrare, regalano alla fine un'esperienza di lettura che non si scorderà mai più.

Con cinquecento e passa pagine intrise di un'epopea familiare, La casa della moschea di Kader Abdolah è un libro che potrebbe riservare delle sorprese non da poco. Abdolah ritorna, forse con nostalgia, al panorama familiare di quella che una volta si chiamava Persia e che lui, autore iraniano e rifugiato politico in Olanda, conosce molto bene. L'Islam che viene presentato al lettore è intimo, una religione umana praticamente sconosciuta agli occhi di molti e che accompagna le avventure, anche drammatiche, di un'influente famiglia locale.


Non posso non citare, ora, uno dei libri migliori che abbia letto quest'anno: L'urlo e il furore di William Faulkner, un romanzo corale diviso in quattro sezioni che a fine lettura lascerà te - o la persona a cui lo regalerai - con la sensazione di aver ricevuto in dono uno dei capolavori della letteratura contemporanea. Perché sì, per quanto se ne dica, questo romanzo, che ruota attorno alle tragiche vicende della famiglia Compson, si carica di una profondità emotiva e universale a tutti gli uomini poco eguagliate da altri libri. Quattro sezioni, quattro personaggi diversi, quattro voci che ruotano attorno e raccontano, a modo loro, un unico evento legato ad un personaggio al quale Faulkner non dà voce: Caddie Compson.

Aggiungo alla lista un romanzo che mi è stato regalato da poco e che desideravo ardentemente da qualche mese: Stoner di John Williams, un libro che per me è legato all'amicizia con Sara (The Nerd Writer), che lo ha letto e se ne è innamorata. La storia di William Stoner è una storia apparentemente semplice ma nasconde un'intensità che Sara mi ha saputo trasmettere con pochissime parole molto profonde. Questo romanzo ha tutte le carte in regola per entrare nell'albo dei capolavori della letteratura contemporanea e visto che mi è stato più volte ripetuto di leggerlo - anche e soprattutto perché ho amato Uomini e topi di Steinbeck - non posso che fare altrettanto con te.

Non credo che ci sia più nient'altro da dire se non che ti auguro di passare delle feste serene, in compagnia delle persone che ti fanno stare bene e ti rendono felici. Ah, quasi dimenticavo...buone letture e anche buoni acquisti dell'ultimo momento!

A presto,
Francesca, Le ore dentro ai libri.

sabato 10 novembre 2018

novembre 10, 2018

In fondo al libro #2: una lettura ravvicinata di "Frankenstein", "Gordon Pym" e "Dr. Jekyll & Mr. Hyde"

Buongiorno! Eccoci al nostro secondo appuntamento con la rubrica #infondoallibro, una lettura più da vicino di tre classici della letteratura adatti alla spaventosa settimana in cui è iniziata la rubrica: Frankenstein di Mary Shelley, Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe e Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson.

Nei tre anni di università credo di aver imparato a fare una cosa, ossia divertirmi nell'analisi di ciò che leggo. Che divertimento, eh? E bene, se hai letto l'articolo sulle mie confessioni da lettrice, saprai che il modo in cui solitamente leggo i libri per l'università è un po' più approfondito da quello con cui affronto i libri che leggo per interesse personale. Nel tempo, però, questo metodo un po' più analitico è diventato più interessante e sono riuscita ad applicarlo in parte al resto delle mie letture. Perché, mi son detta, non portare questa parte della mia vita anche sul blog?

Dopo la prima "puntata" incentrata su una lettura più ravvicinata della struttura narrativa, in questo secondo appuntamento andremo alla ricerca dell'origine di questi tre spaventevoli scritti e delle fonti letterarie e culturali di cui i loro autori si sono serviti più o meno coscientemente.

Sono sempre stata affascinata dal processo creativo dietro ad un'opera letteraria, perciò ora capirai il motivo per cui sono stata molto contenta di ritrovare molti riferimenti ad esso per tutti e tre i testi affrontati. Ma iniziamo.

Manoscritto di Frankenstein, con note di Percy
Shelley ai margini.
© Bodleian Library, University of Oxford
Le fonti e l'origine

Frankenstein - Mary Shelley

Cronologicamente parlando, il primo romanzo dei tre ad essere stato pubblicato fu Frankenstein, nel 1818. Tutti i più appassionati lettori della Shelley conoscono la storia del "concepimento" del romanzo - tema, quello del concepimento in generale che affronteremo nel prossimo appuntamento -.

E' Mary stessa a raccontare, o meglio, narrare questo processo creativo nell'introduzione del 1831 al romanzo, edizione che viene pubblicata, stavolta, con il suo nome. Durante un soggiorno a Villa Diodati nel 1816, in un'atmosfera decameronica, Mary, Percy Shelley, Claire Clairmont, Lord Byron e John Polidori decidono di sfidarsi a comporre ognuno una storia di fantasmi come quelle che per giorni si erano raccontati.

Lunghe e frequenti erano le conversazioni tra Lord Byron e Shelley, a cui io assistevo con devozione ma quasi sempre in silenzio. Durante uno di questi incontri vennero discusse varie dottrine filosofiche, tra cui la natura del principio vitale, e se vi fossero probabilità che venisse scoperto e divulgato.

Forse influenzata dai discorsi di carattere scientifico che la compagnia di amici aveva fatto quel giorno, di notte Mary ha un incubo e sogna la famosa scena in cui il creatore osserva terrorizzato la sua creazione ormai in vita. Sarà Mary Shelley l'unica a portare a compimento quell'impresa proposta da Byron e il risultato, naturalmente, sarà proprio Frankenstein.

La serata trascorse in questa conversazione, ed era passata anche l'ora delle streghe quando ci ritirammo per riposare. Quando posai la testa sul cuscino, non mi addormentai, ma non si può dire che stessi pensando. La mia immaginazione, non richiesta, mi pervase e mi guidò, donando alle immagini che si affacciavano alla mia mente una lividezzza di gran lunga superiore alle solite visioni delle fantasticherie. Vidi - con gli occhi chiusi, ma con una percezione mentale acuta - il pallido studioso di arti profane inginocchiato vicino alla cosa che aveva assemblato. Vidi l'orrenda sagoma di un uomo disteso, poi, all'entrata in funzione di un qualche potente macchinario, lo vidi dar segni di vita e fremere con un movimento impacciato, vivo solo a metà. 

 Nella famosa introduzione, la Shelley sembra essere molto cosciente degli elementi che l'hanno portata a concepire la storia della creatura, ma è ancora più interessante scoprire altri elementi di influenza che ritroviamo sparsi e un po' nascosti all'interno del romanzo stesso. Primo tra tutti, il Paradise Lost di John Milton: l'epigrafe che troviamo ad inizio romanzo non solo ci fornisce un'informazione fondamentale per capire parte delle origini di questa storia, ma anticipa in maniera abbastanza esplicita il nucleo della storia stessa.


Chiuso entro la mia creta, t'ho forse chiesto io,

Fattore, di diventar uomo?

T'ho forse chiesto io di trarmi dalle tenebre? 

Illustrazione per il frontespizio dell'edizione del 1831.
Altro grande autore inglese che possiamo ritrovare tra le fonti letterarie della Shelley è Samuel Taylor Coleridge e in particolare La ballata del vecchio marinaio (The Rime of The Ancient Mariner). Echi di quello che diventerà il manifesto del Romanticismo si possono ritrovare in due momenti: in primo luogo, nella descrizione che Walton fa di Victor Frankenstein una volta salvato dai ghiacci possiamo notare la somiglianza dell'espressione "selvaggia, quasi folle" degli occhi sia di Victor che del vecchio marinaio. In secondo luogo, l'inseguimento finale tra creatura e creatore nelle regioni polari non può che far tornare la mente indietro proprio alla ballata di Coleridge, la cui storia è ambientata proprio negli stessi luoghi. Riprenderemo comunque nella prossima puntata l'influenza di Coleridge e Milton in Frankenstein da un punto di vista tematico.

In realtà, le fonti letterarie per questo romanzo sono molteplici e avremmo bisogno di un articolo dedicato per elencarle e spiegarle tutte. Ci basti sapere, in ogni caso, che l'ambiente letterario e culturale nel quale è cresciuta e vissuta Mary Shelley non ha fatto che aumentare l'interesse della scrittrice per determinati temi: l'educazione e la sua influenza, ripreso dalla madre, Mary Wollstonecraft, la quale le ha anche insegnato a mettere in dubbio la categoria del "mostruoso" (da A Vindication of The Rights of Men e A Vindication of The Rights of Woman, 1790 e 1792); le idee di provenienza paterna sulle ingiustizie fatte dalle istituzioni sociali (da Enquiry Concerning Political Justice, William Godwin, 1793) e le teorie estetiche sulla frammentazione delle parti (dagli scritti di Burke, Schiller e Coleridge).

Le avventure di Arthur Gordon Pym - Edgar Allan Poe

Anche per Edgar Allan Poe, l'ambiente culturale e letterario ha riservato molteplici fonti di ispirazione per il suo unico romanzo completo, Le avventure di Arthur Gordon Pym, pubblicato nel 1838.

L'ambiente letterario, soprattutto quello inglese, del secolo precedente era stato dominato dalla letteratura di viaggio, spesso fantastico e/o immaginario. Basta citare nomi come Daniel Defoe o Jonathan Swift, autori con i quali Poe lettore avrà avuto sicuramente modo di venire a contatto. E' particolarmente interessante, poi, notare come molti racconti di viaggio fossero ambientati in una fantomatica terra del sud, narrata da Tolomeo e smentita dopo il secondo viaggio di James Cook nell'emisfero boreale. Anche in Gordon Pym, perciò, come succede per Frankenstein, ritroviamo non solo il motivo del racconto di viaggio - ricordiamoci che Pym racconta in prima persona la sua storia sotto forma di diario di bordo -  ma anche e soprattutto il motivo del viaggio verso l'emisfero sud del mondo, terra sconosciuta dai tratti misteriosi e quasi mitici.

Le prime due puntate del romanzo di Poe
nel Southern Literary Messenger, giornale
di cui lo scrittore era editor.
©Cornell University Library
E' lo stesso Poe che si rivela un appassionato lettore di questo genere nel 1837, nel Southern Literary Messenger di Baltimora, nell'entusiasta recensione di South Sea Expedition, il resoconto di un viaggio nel Sud Pacifico dell'esploratore Jeremiah N. Reynolds. C'è chi ha anche affermato che Poe abbia addirittura copiato parte del testo di Reynolds nel suo romanzo, ma è certo che lo scrittore americano conoscesse molto bene il genere letterario.

Letteratura di viaggio e resoconti di esploratori si incontrano perfettamente in Poe insieme ad un altro grande autore già citato nelle influenze di Frankenstein. Sì, sto parlando di Coleridge e la sua ballata. Infatti, proprio nei capitoli finali del romanzo di Poe, il viaggio di Pym assume caratteristiche molto simili al viaggio compiuto dal marinaio.

Un elemento più interessante è l'influenza che Poe ha su se stesso. Molti temi presenti in Gordon Pym, infatti, erano stati anticipati in un racconto del 1833 dello stesso scrittore americano, Manoscritto trovato in una bottiglia (M.S. Found in a Bottle): un narratore-personaggio che narra incredibilmente il suo viaggio sotto forma di diario, un naufragio improvviso al quale solo il narratore sopravvive, una nave che procede insistentemente verso sud ed elementi gotici e macabri che a loro volta anticipano la famosa cifra stilistica di Poe.

Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde - Robert Louis Stevenson

La genesi di Dr. Jekyll e Mr. Hyde ha molti tratti in comune con quella di Frankenstein.

Come accadde per Mary Shelley, anche per  Robert Louis Stevenson la visione geniale e centrale del romanzo viene da un sogno. E' proprio la moglie di Stevenson, Fanny Van de Grift, nell'introduzione del 1905 al romanzo, a raccontare che
Nelle prime ore del mattino fui svegliata dalle sue [di Stevenson] grida di terrore. Io, pensando che stesse facendo un incubo, lo svegliai. Lui mi disse, arrabbiato 'Perché mi hai svegliato? Stavo sognando una bella storia di paura.'
"A Chapter on Dreams" pubblicato sullo Scribner's Magazine del 1888.
©British Library
Questa notizia è confermata dallo stesso Stevenson in un saggio scritto qualche anno prima, nel 1888, A Chapter on Dreams. Lo scrittore spiega, in maniera forse fin troppo razionale - un po' come aveva fatto Poe in The Philosophy of Composition - il suo genio creativo e di come questo sia stato costantemente influenzato dai diversi sogni e incubi che hanno accompagnato la sua vita sin da piccolo. Stevenson, infatti, cagionevole di salute, aveva passato gran parte della sua vita confinato a letto. Nel saggio, Stevenson rivela che quegli incubi tremendi potessero avere origine nelle letture che faceva - tra cui i racconti di Poe - e che nella sua testa fossero presenti delle "personcine" (little people) che sviluppavano i sogni. Insomma, questi piccoli attori erano i motori della sua immaginazione:

Posso fornire solo qualche esempio di quanta parte venga svolta durante il sonno e quanta durante la veglia e lascio che sia il lettore a decidere a chi spettino gli allori, fra me e i miei collaboratori. Prenderò in considerazione, pertanto, un libro che un certo numero di persone ha gentilmente voluto leggere, Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. Da tempo cercavo di scrivere una storia su questo argomento, di trovare un contenitore, un veicolo, poiché quel forte senso della doppiezza che si annida nell'uomo è qualcosa che a tratti cattura e domina la mente di ogni creatura pensante. [...] Per due giorni mi tartassai il cervello per trovare qualche trama; e durante la seconda notte sognai la scena della finestra, e una che viene dopo, divisa in due parti, in cui Hyde, perseguito per qualche delitto, trangugiava la pozione e intraprendeva il mutamento sotto gli occhi degli inseguitori. Tutto il resto venne eseguito da sveglio, in piena coscienza.

Manoscritto di Dr. Jekyll e Mr. Hyde
© The Pierpont Morgan Library, New York. MA 1202.
Photography, Graham S. Haber, 2012
Altre fonti interessanti per la creazione del racconto sono, perciò, sicuramente le letture di R.L. Stevenson. Siamo molto fortunati ad avere libero accesso alla biblioteca personale dello scrittore, disponibile e consultabile online. Dalle numerose note scritte a penna ai margini, possiamo anche capire che lettore attento fosse Stevenson. Appassionato di Shakespeare - lesse l'Amleto e il Re Lear) e lettore di Bunyan e di The Pilgrim's Progress, Stevenson aveva letto anche il suo contemporaneo Poe e il famoso A Vindication di Mary Wollstonecraft. Curioso notare che tra i libri letti non risulta nulla della figlia della Wollstonecraft, Mary Shelley, nonostante le numerose affinità tra i rispettivi scritti più famosi.

La religione è sicuramente un altro punto di influenza per la redazione del racconto. Bisogna considerare che Stevenson era stato cresciuto in una famiglia di devoti presbiteriani e in particolare era stato educato dalla bambinaia che gli leggeva e interpretava testi di Bunyan, di Calvino e la Bibbia. Il calvinismo, in particolare, si può ritrovare nel testo nell'apparente mancanza di una forza "buona" moralmente: per i calvinisti, nessun uomo è buono perché tutti siamo peccatori e allo stesso modo si potrebbe intuire che nel romanzo nessun personaggio, alla fine, sia moralmente intatto.

Un po' più presenti e rilevabili nel testo, sono, però, le influenze scientifiche. Il contesto culturale nel quale Dr. Jekyll e Mr. Hyde viene redatto è quello di un forte contrasto tra due correnti di pensiero: da una parte un dilagante positivismo, quindi una fiducia quasi cieca nella scienza e nel suo potere di creare, trasformare e indagare la realtà; dall'altra, una forte paura di queste nuove scienze che mettevano pericolosamente in dubbio il potere e la forza di Dio. Questo fu un motivi per cui le nuove teorie darwiniane sull'evoluzione avevano creato forti polemiche. Dove può portare la ricerca scientifica? Di certo, nel racconto di Stevenson, a nulla di buono ed è per questo che Dr. Jekyll e Mr. Hyde interpreta perfettamente il quesito sulla pericolosità del sapere scientifico. Ma di questo ne parleremo più approfonditamente nel prossimo appuntamento.

Grazie per essere arrivata/arrivato alla fine dell'articolo, spero sia stato di tuo gradimento.
Ci leggiamo alla prossima puntata di #infondoallibro!

Francesca, Le ore dentro ai libri.

Sitografia e bibliografia: 
Mary Shelley. I miei sogni mi appartengono. (L'orma Editore, 2015)
A Routledge Literary Sourcebook on Mary Shelley's Frankenstein, Timothy Morton (Routledge, 2002)
Frankenstein, Mary Shelley (Einaudi, 2016)

Agghiaccianti simmetrie: dinamiche testuali in The narrative of A. Gordon Pym di Edgar Allan Poe, Ugo Rubeo (Lozzi & Rossi, 2000)

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Robert Louis Stevenson (Mondadori, 2017)
Lit2Go - A Chapter on Dreams, Robert Louis Stevenson
The British Library Online Catalogue

Chi scrive

Mi chiamo Francesca e ho ventidue anni. Sono una studentessa di Lingue e Letterature a Roma e, soprattutto, una lettrice entusiasta. Ho riscoperto dopo una piccola crisi il piacere della lettura, lenta o veloce, concentrata o leggera che sia. Buona lettura!
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Sulla lettura...

"La lettura, infatti, al contrario della conversazione, consiste per ciascuno di noi nel venire a conoscenza del pensiero di un altro senza smettere di essere soli, vale a dire continuando a godere del vigore intellettuale che si ha in solitudine, e che la conversazione dissolve immediatamente."

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