lunedì 11 maggio 2020

maggio 11, 2020

"Harry Potter" e il confine sottile della letteratura.

È paradossale, ma quando si parla di letteratura bisognerebbe andarci con i piedi di piombo e anche con molta leggerezza. Il fatto è che parlare di letteratura per molti è diventato quasi un tabù, un argomento da maneggiare con cura e da non condividere. Forse il problema è proprio questo, perché per quanto la letteratura sia effettivamente un argomento complesso, importante e sì, anche delicato, non ci si può e né ci si deve aspettare che non possa essere di tutti.

Definire cosa sia letteratura è una questione spinosa e di certo non sarò io a dare una risposta definitiva (anche se in questo articolo ci ho provato in maniera molto personale), ma ci si può interrogare con più facilità su una questione emersa da una mia recente rilettura. Parlo di Harry Potter, il fenomeno letterario e commerciale più grande degli ultimi vent’anni. Considerandone il successo e il fatto che, anche passati decenni le storie del mago più famoso della nostra epoca continuano a stimolare lettori vecchi e nuovi, mi sembra giusto farsi una domanda: Harry Potter può essere considerato letteratura?

Perché chiedersi se Harry Potter sia letteratura?

Rileggere la saga di Rowling dopo un bel po’ di anni e ributtarsi tra le pagine con una consapevolezza letteraria più matura è stata una delle decisioni più stimolanti che abbia preso ultimamente in questo senso. Sono curiosa, sono una studiosa che nel mio piccolo si fa sempre – troppe – domande sul mondo e ci sono cascata anche con Harry Potter. Mi sono chiesta perché nonostante io legga Virginia Woolf, William Faulkner o Paul Auster, rileggere Harry Potter mi dà tanto piacere come aprire L’urlo e il furore o Trilogia di New York? Qual è l’elemento che rende Harry Potter tanto attraente ora quanto lo è stato ormai vent’anni fa?

Alcuni aspetti da considerare.

Al di là di quel microscopico senso di colpa per cui se ti piacciono i mattoni da cinquecento pagine o più ti sembra strano farti piacere romanzi più “leggeri”, c’è anche altro da prendere in considerazione. Prima di tutto, la questione diventa spinosa se non consideriamo due aspetti che potrebbero influenzare il giudizio: la popolarità della saga di Harry Potter e l’effetto sociale che ha avuto e continua ad avere anche a vent’anni di distanza. Per quanto riguarda il primo aspetto, può essere concesso il beneficio del dubbio per cui se un libro ottiene un successo planetario come quello di Harry Potter possa comunque essere di buona qualità. Il secondo aspetto è legato al primo, perché quello stesso successo è stato scatenato da una serie di condizioni sociali ed economiche, tra cui il fatto che prima di Harry Potter la letteratura per ragazzi fosse ai suoi minimi storici per numero di lettori 1, ma ne ha anche create altrettante simili. Forse si è trattato di una vera e propria rivoluzione non tanto letteraria quanto economica e sociale. Il numero dei lettori bambini e adolescenti è cresciuto e la letteratura per ragazzi ha subito un’impennata notevole negli anni successivi – prima tra tutti la rinascita del tanto dibattuto Young Adult 2.


Come mi è stato giustamente fatto notare e come ho già sottolineato, Rowling non ha messo in moto una rivoluzione propriamente letteraria perché, se la consideriamo da questo punto di vista, la scrittrice non vanta di una prosa particolarmente raffinata né riconoscibile. Il punto è proprio che non avrebbe avuto senso e non ha senso considerare la questione sotto questo punto di vista per il semplice motivo per cui non si può far leggere a una bambina di dieci anni Le onde di Virginia Woolf o Mentre morivo di Faulkner. Non riuscirebbe ancora a seguire una prosa troppo complicata.
Spezzo una lancia a favore di Rowling anche con una certa difficoltà – sono anni che prende scelte e rilascia affermazioni che non condivido – dicendo che si tratta di una scrittrice la cui prosa è cresciuta in parallelo con l’uscita dei libri e con i lettori che li leggevano. Rileggendo Harry Potter mi sono resa conto di quanto la narrazione maturi allo stesso ritmo degli stessi personaggi e della storia. Non entro nel merito della consapevolezza autoriale di questa scelta, ma per quanta fiducia possa dare alla Rowling del 1997 dubito che sia stato un piano studiato a tavolino. Bisogna tenere in considerazione l’aspetto narrativo della saga se si vuole rispondere anche parzialmente alla domanda iniziale.

La vera abilità di J.K. Rowling.

Non meno importante, però, è l’aspetto della storia che si lega alla narrazione. A Rowling è stato spesso criticata una struttura ripetitiva e noiosa dei libri 3 4 5 ed è innegabile che di sette romanzi almeno tre siano praticamente uguali in termini di struttura. Tuttavia, è anche vero che una struttura tale è necessaria per la storia che è stata sviluppata e che non avrebbe potuto essere diversa da com’è: è proprio la ripetitività dello schema portante a tenere incollati i lettori, soprattutto quelli più piccoli che si possono trovarsi di fronte a un nuovo volume, magari anche a distanza di mesi o anni. Si tratta di una saga nata per bambini e che proprio quei bambini ha visto crescere. Con questo non voglio mettere J.K. Rowling sullo stesso piano di Lewis Carroll o di altri autori di letteratura per ragazzi sicuramenti più abili di lei – e dei quali io conosco veramente pochissimo – perché non sarei sincera. Rowling non è una scrittrice perfetta, non lo è mai stata ma bisogna riconoscerle il merito di aver preso come esempi scrittori più capaci e all’epoca grandi di lei – Astrid Lindgren o Roald Dahl, per citarne due – e di aver dato vita a quella piccola rivoluzione sociale che abbraccia anche alcuni aspetti della letteratura per l’infanzia più in generale.

La lezione dei grandi narratori dell'infanzia.

L’elemento vincente è lo stesso di quegli scrittori del XX secolo a cui Harry Potter deve molto, ovvero il fatto di aver trattato i propri lettori con il rispetto che meritavano. Rowling non ha infiocchettato la storia di Harry di una leziosità nauseante, né ha reso lo sviluppo della storia semplice da digerire sia per i lettori che per i personaggi stessi. È come se, tra le pagine, venisse detto ai bambini ciò che molti adulti non riescono ad accettare: la vita, che sia magica o no, ha i suoi punti di luce e di ombra con i quali bisogna convivere più o meno serenamente. Il pregio di un messaggio del genere è di aver dato prima di tutto il diritto ai bambini di conoscere cosa sia la vita, ma di farne esperienza secondo i loro tempi e modalità. Ai lettori di Harry Potter non vengono nascosti la morte, il dolore, la sofferenza, il male, la crudeltà ma vengono mostrati come aspetti reali, possibili e anche, come è giusto che sia, come entità che possono essere sconfitte.

Il confine della domanda posta all’inizio di questo articolo è davvero sottile e non credo esisterà una risposta definitiva che soddisferà tutti quanti. Tuttavia, è bene considerare tutti gli elementi di cui si è parlato per proporre e difendere la propria opinione. Harry Potter fa parte di una cultura e di un tempo ben preciso e molti lettori sono divisi tra chi afferma che tra cent’anni si parlerà ancora della saga e chi, invece, circoscrive il suo successo agli anni in cui è stata scritta. Io ho qualche dubbio riguardo i meriti letterari della saga di Harry Potter, soprattutto considerando gli aspetti narrativi, e ho anche riguardi nel considerarla meritevole di attenzione accademica letteraria come è successo in passato 6 7. Però è chiaro che i propri meriti, che ogni tanto superano quel confine sottile della letteratura, li ha per i motivi espressi nelle righe precedenti. Non ci si può rifiutare di vederne in un fenomeno come questo e nemmeno di negare l’etichetta di letteratura in senso lato a dei libri che, seppur in modo circoscritto, hanno plasmato più di una generazione. Non sarebbe giusto, né per la letteratura, né per i lettori.


Bibliografia di riferimento (con note).


[1] Ross, Lauren. "The State Of Publishing: Young People Are Reading More Than You". Mcsweeney's Internet Tendency, 2011, https://www.mcsweeneys.net/articles/young-people-are-reading-more-than-you.


[2] Grady, Constance. "The Outsiders Reinvented Young Adult Fiction. Harry Potter Made It Inescapable.". Vox, 2017, https://www.vox.com/culture/2017/6/26/15841216/outsiders-harry-potter-ya-young-adult-se-hinton-jk-rowling.


[3] Lezard, Nicholas. "Harry Potter's Big Con Is The Prose". The Guardian, 2007, https://www.theguardian.com/books/booksblog/2007/jul/17/harrypottersbigconisthep.


[4] de Vise, Daniel. "Is Harry Potter Classic Children’S Literature?". The Washington Post, 2011, https://www.washingtonpost.com/blogs/college-inc/post/is-harry-potter-classic-childrens-literature/2011/07/16/gIQA0RS1HI_blog.html


[5] Dickenson, Di. "As Harry Potter Turns 20, Let's Focus On Reading Pleasure Rather Than Literary Merit". The Conversation, 2017, https://theconversation.com/as-harry-potter-turns-20-lets-focus-on-reading-pleasure-rather-than-literary-merit-78333.


[6] Flood, Alison. "Harry Potter Course To Be Offered At Durham University". The Guardian, 2010, https://www.theguardian.com/books/2010/aug/19/harry-potter-course-durham-university.


[7] Rainey, Sarah. "You Can't Be Serious About Harry Potter!". Telegraph.Co.Uk, 2012, https://www.telegraph.co.uk/culture/books/9272352/You-cant-be-serious-about-Harry-Potter.html.


Un ringraziamento enorme va alla mia carissima amica Klara, lettrice sicuramente più brava di me e compagna di chiacchierate sempre stimolanti sulla letteratura. Senza di lei e il suo prezioso aiuto, questo articolo sarebbe un’accozzaglia di idee sparse.

lunedì 20 aprile 2020

aprile 20, 2020

Un libro per la solitudine: "Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi

Ci sono alcuni libri che ho letto in passato e dei quali non sono mai riuscita a scrivere nemmeno una parola. Pigrizia, paura o l'ignoto, Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino o Trilogia di New York di Paul Auster, ma anche il mio amato L'urlo e il furore di William Faulkner rientrano in questa lista. Ce n'è uno, però, che non ho mai affrontato per ragioni molto personali ed è Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi. Visto il momento che tutti stiamo vivendo e il tempo passato che mi ha permesso di elaborare quello che mi frullava in testa, forse è arrivato il momento di parlarne.

Autore: Antonio Tabucchi
Titolo: Sostiene Pereira
Anno di pubblicazione: 1994
Edizione: Feltrinelli, 2014

Letto da: Sergio Rubini
Per: Emons Audiolibri

La mia storia con Pereira: 

L'aspetto più affascinante della mia storia con Sostiene Pereira è che non l'ho mai letto in senso letterale, ma ascoltato. Era l'estate del 2018 e mi trovavo ormai da qualche giorno ricoverata in ospedale, da sola e molto triste. Capirete già a questo punto che ci sono un po' di punti di contatto con la situazione che stiamo vivendo tutti in questo periodo, presi molto alla lontana e soprattutto, per mia fortuna, dal punto di vista medico. Sto bene, sono sana e in salute e ciò che è successo nel 2018 fa parte solo del mio passato.

Ero sconsolata perché non si riusciva bene a capire cosa avessi, molto triste perché lontana nel quotidiano da mia madre e da mio padre ed era uno dei primi importanti allontanamenti da entrambi. Avevo paura di rimanere sola, perché seppure la stanza nella quale mi trovavo ospitava altri pazienti, mi sentivo terribilmente sola. Il mal di testa faceva ormai parte delle mie giornate e non riuscivo a leggere nemmeno una riga dei libri che mia madre mi aveva portato in ospedale per farmi sentire "più a casa". Quindi c'era anche una buona dose di frustrazione per non potermi portare avanti nelle letture, nello studio e...nella vita. Ho dovuto accettare un blocco improvviso alla mia quotidianità, era estate e mi stavo anche abbastanza godendo un periodo di certa spensieratezza; avevo esami da fare davanti a me che mi avrebbero portato alla laurea e non mi stavo minimamente prendendo cura del mio corpo. Insomma, vivevo da un po' di tempo in una specie di limbo dal quale entravo e uscivo per non sentire troppo il distacco da una vita passata che era finita bruscamente qualche mese prima, dall'idea che di lì a breve avrei dovuto prendere una scelta che, seppur piccola nell'assoluto, per me era importantissima: cosa fare dopo la laurea. Ero spaventata e non volevo sentirlo. Arrivata e bloccata in ospedale, perciò, ero stata un po' costretta a fare i conti non tanto con la mia situazione di salute che sul momento non mi preoccupava più di tanto - ci avrei fatto i conti dopo, tornata a casa con il terrore di ammalarmi di nuovo - ma con il fatto di dover improvvisamente cambiare le mie abitudini. Anche alimentari, visto il digiuno totale - sì, anche di acqua - che ho dovuto fare per cinque giorni buoni.

In questa complicata ma annebbiata situazione in cui sentivo i sintomi ma non la preoccupazione, un mio carissimo amico decise di venirmi a trovare portando con sé il suo iPod con dentro alcuni audiolibri, dopo aver saputo che non riuscivo a leggere niente. Per puro caso, portata dall'ispirazione e da un vago ricordo di quel titolo, decisi di iniziare l'ascolto di Sostiene Pereira, letto da Sergio Rubini. Fu amore.

Recensione:

Il primo elemento che attirò la mia attenzione durante l'ascolto dell'audiolibro fu il ritmo: il romanzo di Tabucchi letto da Rubini è forse la melodia più ben scandita che io abbia mai avuto il piacere di ascoltare; ritmi lenti ma sostenuti che danno un solido supporto alla storia di Pereira, un ritmo che riprende in parte anche la sua vita calma e ripetitiva. Anche lo stesso sintagma "Sostiene Pereira..." che apre paragrafi e capitoli del libro fa parte di quella musica che la narrazione crea in ogni pagina e che porta il lettore alla scoperta di questo uomo apparentemente mediocre.

Pereira non si scompone, non si agita, svolge diligentemente il suo lavoro che lo mette in un contatto quotidiano con la letteratura, soprattutto quella francese che adora. Pereira è un uomo abitudinario e anche un po' piatto, ma buono. Solo quando Monteiro Rossi fa capolino nella sua vita, il ritmo della narrazione e della vita del protagonista cambia radicalmente, perché Pereira è fondamentalmente bloccato in quella stessa quotidianità e ancorato a un passato del quale non riesce a liberarsi; infatti, tutti i giorni Pereira parla al ritratto della moglie morta anni prima, le chiede consiglio e si confida con lei.

Monteiro Rossi riesce inconsapevolmente a sbloccare una leva nell'animo di Pereira, il quale si risveglia da un torpore che inibisce tutte le sue facoltà più profonde. Il tempo in cui vive Pereira non è il presente, bensì un passato chiuso nella bolla della sua quotidianità. Il risveglio del personaggio è lento, graduale e accompagnato da una bellissima e nostalgica Lisbona che, con spirito molto umano, vive con la consapevolezza del passato rivolgendo sempre lo sguardo al futuro.

Questa è forse la lezione più importante che Sostiene Pereira mi ha insegnato nel tempo. Si è posata dentro di me, ha macerato e ha dato i suoi frutti. Il dottor Cardoso, da cui Pereira si reca per curare la sua obesità, gli rivolge un appunto che racchiude lo spirito non solo di Lisbona, ma di tutto il romanzo e dell'umanità intera:

"la smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro."

Pereira, bloccato nella fotografia della moglie, prenderà sempre più consapevolezza di sé, del mondo intorno a lui e della tragicità della vita che, lasciando il lavoro da colonnista di necrologi, aveva forse tentato di rimuovere dalla sua vita.

Ciò che, però, mi ha aiutata forse di più durante la degenza in ospedale è stata la presenza costante del cibo nel romanzo. Pereira ama mangiare e si gusta con una quasi religiosità le sue omelette e la sua limonata al Café Orquidea - che nella mia mente si materializzava come il Café A Brasileira di Lisbona che avevo visitato qualche mese prima in compagnia di mio papà e che compare anche nella copertina dell'edizione cartacea.

Il cibo diventa piano piano per Pereira un momento di confessione con sé stesso, di riflessione e, come se iniziasse gradualmente ad alzare la testa dal piatto per guardarsi intorno, l'atto del mangiare diventa anche un momento di condivisione con il mondo.

Dopo giorni intensi di digiuno, ascoltare di quelle deliziose omelette non faceva altro che farmi tornare la voglia di mangiare e di uscire da dove mi trovavo, ma in un modo inaspettato. Sapevo di avere qualcosa da fare dopo e in quei momenti di solitudine e tristezza era una grande consolazione. Perché sapere che c'è qualcosa dopo, qualcosa che siamo curiosi di scoprire e di fare è una bella spinta per andare avanti e non dimenticarsi che al di fuori della nostra esperienza di vita ce ne sono altre che non aspettano altro di essere scoperte.

lunedì 6 aprile 2020

aprile 06, 2020

La questione della rappresentazione dell'altro. "Un altro tamburo" di William Melvin Kelley


Autore: William Melvin Kelley
Titolo: Un altro tamburo
Titolo originale: A Different Drummer
Anno di pubblicazione: 1962
Edizione: NN Editore, 2019
Traduzione: Martina Testa

Quando mi si presenta sotto gli occhi un romanzo scritto in maniera non convenzionale non posso fare a meno di leggerlo tutto d'un fiato, come è successo con Un altro tamburo di William Melvin Kelley.

Autore afroamericano venuto a mancare pochi anni fa, Kelley sembrerebbe a prima vista uno dei tanti autori neri che narrano storie dei neri d'America. La sorpresa di scoprire che non fosse così è stata ripagata con una lettura rapida, appassionante e molto profonda.

Il motore della narrazione viene svelato subito nella premessa che apre la storia sin dalle prime pagine: nel 1957, a Sutton, una fittizia cittadina del sud degli Stati Uniti tutta la popolazione nera dello stato abbandona le loro case dopo che Tucker Caliban, il primo cittadino nero proprietario di un intero terreno, dà fuoco alla sua casa, uccide le sue bestie e distrugge la terra che gli appartiene. L'evento viene inserito in un prologo, "Lo stato", che dà alcune informazioni storiche sullo stato ex confederato dove si trova Sutton e sembra anticipare la particolarità narrativa di questo romanzo: si tratta di un estratto di un almanacco, inserito come premessa alla storia quasi a sottolineare la veridicità degli eventi narrati.

Non è un caso, dunque, che la narrazione di quegli stessi eventi sia affidata a voci diverse e spesso contraddittorie che cercano quasi inutilmente di dare un senso a ciò che è successo. Il fatto che tutte le voci narranti appartengano alla popolazione bianca non fa che aumentare la peculiarità di Un altro tamburo: non è paradossale narrare la dipartita di una comunità da un punto di vista completamente esterno?

La posizione di questi narratori, forse, mette in mostra proprio la loro reticenza: tra chi cerca di dare una lettura mitica degli eventi come succede con il signor Harper, il primo narratore che incontriamo, e chi invece è interessato a rileggere più se stesso che non Tucker nell'atto del narrare, tutti i narratori che si susseguono condividono un problema a monte: una pretesa di superiorità ormai radicata in una società come quella del Sud degli Stati Uniti che non riesce facilmente a disfarsi di pregiudizi e preconcetti nei confronti dei neri.

Insomma, il nucleo del problema degli abitanti di Sutton - che è lo stesso di noi lettori - non viene mai esplicitamente affrontato, così che invece di cercare di trovare una ragione agli eventi, questi narratori confusi non fanno altro che portare avanti un tipo di rappresentazione lontana da quella che dovrebbe essere la realtà. Ed è forse proprio a quella realtà falsificata che Tucker ha voluto voltare le spalle. Secondo Trudier Harris, la fuga di Tucker non si realizza solamente in termini pratici, ma si tratta di una fuga dall'immaginazione narrativa di chiunque provi a intrappolarlo, che sia il signor Harper, David Willson o il lettore stesso. Melvin Kelley è riuscito a costruire un personaggio sfaccettato e complesso attraverso l'uso del silenzio. Tucker non proferisce quasi mai parola durante il romanzo e insieme a lui i neri che seguiranno il suo esempio lasceranno le loro vite senza dire nulla.

Ora Tucker era così vicino che il signor Harper avrebbe potuto allungare una mano e dargli una pacca sulla spalla. Ma il vecchio si limitò a sussurrare, così piano che faticò a sentirlo persino Harry, che era lì a un passo. "Tucker? Ragazzo mio, cosa stai facendo?" Gli uomini aspettavano una risposta. [...] Tucker, però, non diede segno di riconoscerlo, si riempì soltanto la bisaccia.

Moltissima della scarna e introvabile bibliografia dedicata a Kelley si concentra soprattutto sul portato mitico di questo romanzo e non a caso. La vicenda di Tucker viene preparata attraverso il capitolo "L'Africano" in cui vengono narrate le vicende del suo antenato, fuggito incredibilmente per giorni dalla prigionia bianca una volta giunto nel Nuovo Mondo. Questa rappresentazione non fa che aumentare l'aura mitica attorno alla figura di Tucker Caliban, ma è giusto anche andare oltre e soffermarsi sulle modalità narrative su cui il libro poggia, perché il mito non è tutto.

A mio avviso, la rappresentazione è un problema cruciale da affrontare quando si parla di Un altro tamburo: si tratta di una rappresentazione che, sviluppata attraverso la narrazione di ogni voce, mira a dare un ritratto dell'altro e di sé che, in questo caso, è falsata. I narratori bianchi non mettono mai in discussione loro stessi quando affrontano la questione della fuga di Tucker e né prendono in considerazione il fatto che possano non comprendere ciò che è successo.

Il desiderio di trovare una ragione a tutti i costi è l'inizio di un fallimento più grande: la possibilità data loro dal gesto di Tucker di abbandonare una rappresentazione binaria in cui esistono neri e bianchi e in cui i due non possono essere uguali o alla pari. L'unico narratore che sembra scavalcare questo binario è un bambino di otto anni, il signor Leeland, l'unico che, in primo luogo, ammette i limiti della sua comprensione e l'unico che, tentando di comprendere mette se stesso e Tucker sullo stesso piano.

Tucker ha perso una cosa che non sapeva di avere, non poteva sapere di averla persa. E' assurdo. Bisogna sapere di averla, una cosa, per sapere di averla persa, a meno che non perdi nel senso che vai a cercarla e scopri non è dove l'avevi lasciata, ma comunque se l'hai lasciata da qualche parte dovevi sapere di averla, non è la stessa cosa. Magari è come se qualcuno ti porta una cosa di notte mentre dormi, ma prima che la trovi al mattino, uno tipo Walter [il fratello di Harold] arriva e se la frega, e va a giocarci nel bosco e la lascia lì, dove non la troverai mai, e il giorno dopo la persona che te l'ha lasciata arriva e ti fa "Harold, l'hai trovata quella cosa che ti avevo lasciato?"

L'autore ha saputo bilanciare bene la ricchezza delle tematiche sviluppate nel romanzo, nonostante il fulcro del discorso sopracitato del piccolo Harold Leeland è stato forse lasciato in modo eccessivo all'immaginazione del lettore. La perdita viene citata per prima proprio da Tucker e sviluppata dal piccolo narratore, fino a chiudere il romanzo non solo a livello narrativo ma anche per il lettore.

William Melvin Kelley nel 1963.
E' forse la speranza che un po' si perde una volta finito di leggere, per quell'amaro scontro con la realtà del quale il signor Leeland non può ancora rendersi conto. Ma Melvin Kelley riesce a far trapelare anche una nota finale positiva, data da quegli stessi eco opposti che rimbalzano di fronte agli occhi del lettore per tutto il romanzo.

Un altro tamburo costringe a spostare la nostra attenzione dai poli precostituiti e ci invita quasi teneramente all'inizio e violentemente alla fine a considerare anche altro. Altri punti di vista, altre verità ma anche l'altro come un'entità uguale a noi, alla pari.

Non sono un'esperta né una lettrice di letteratura afroamericana, ma già dalla narrazione di questo romanzo e dalla sua premessa si può capire che l'autore aveva tentato di aprire la strada a un nuovo tipo di narrazioni per l'emancipazione della popolazione nera statunitense. Il fatto che questo romanzo sia stato quasi dimenticato negli ultimi decenni non fa ben sperare, ma confido nel fatto che l'intento iniziale possa essere di ispirazione ancora oggi. In fondo, è questo il bello della letteratura.

Piccola ma importante nota a margine: un ringraziamento speciale va a Martina Testa, la traduttrice del romanzo che ha inserito un'interessantissima post-fazione in cui parla proprio del lavoro dietro la traduzione di questo romanzo. Che si possa aprire anche una strada affinché questo spazio ai traduttori e traduttrici venga dato più spesso.


Bibliografia di supporto e citata:
Harris, Trudier. “William Melvin Kelleys Real Live, Invisible South.” South Central Review, vol. 22, no. 1, 2005, pp. 26–47
Anderson, Eric G, "The Real Live, Invisible Languages of "A Different Drummer": A Response to Trudier Harris" South Central Review, Vol. 22, No. 1, 2005, pp. 48-53
Gilmartin, Sarah. “A Different Drummer by William Melvin Kelley: The New 'Stoner'?” The Irish Times, The Irish Times, 17 Nov. 2018, www.irishtimes.com/culture/books/a-different-drummer-by-william-melvin-kelley-the-new-stoner-1.3692233.
Campbell, Jane. Mythic Black Fiction: the Transformation of History. University of Tennessee Press, 1989.

giovedì 9 gennaio 2020

gennaio 09, 2020

Le creature della letteratura: provare a capire "Moby Dick" di Herman Melville

Autore: Herman Melville
Titolo: Moby Dick
Titolo originale: Moby-Dick; or, The Whale
Anno di pubblicazione: 1851
Edizione: Feltrinelli, 2016
Traduzione: Alessandro Ceni

E' sempre difficile parlare di classici, soprattutto se si tratta di romanzi con R maiuscola e anche molto lunghi, come nel nostro caso.

E' capitato che per un senso di dovere a settembre del 2019 abbia deciso di intraprendere la lettura di Moby Dick di Herman Melville prima di ricominciare l'università. Il pensiero dietro a questa importante decisione era che iniziare una magistrale in Studi Inglesi e Americani senza aver letto uno dei romanzi più importanti della letteratura americana mi sembrava un po' una contraddizione in termini. E così, in compagnia di un'amica con la quale ho avuto la fortuna non solo di condividere la lettura e le impressioni suscitate da essa ma anche e soprattutto la frustrazione, ho iniziato e terminato questo lungo romanzo.

La fortuna ha voluto che oltre ad una "semplice" lettura, questo romanzo sia stato sottoposto ad un'attenta analisi perché protagonista del primo esame di letteratura americana della magistrale. Ed ecco fatto che un libro che forse, senza critica, non avrei apprezzato a pieno ora è diventata una delle letture migliori dell'anno appena concluso.

Ma come si può parlare di un romanzo così vasto e così fitto? Non è facile e mai lo sarà, soprattutto se si tratta di una vera e propria creatura vivente come Moby Dick. Credo che i romanzi giusti - non perfetti, perché la perfezione non esiste ed è anche noiosa - riescano a darti quello che a me ha donato questo romanzo, ovvero un nuovo modo di vedere la letteratura, di capirsi e capire il mondo.

La trama di Moby Dick la conosciamo più o meno tutti: Ishmael, narratore omodiegetico - ovvero, presente nella storia narrata - si imbarca sulla baleniera Pequod in compagnia di un amico conosciuto in una locanda sull'isola di Nuntucket, Queequeg. Il desiderio di Ishmael di andare per mare è dovuto a quello che lui chiama hypos, un senso di depressione violenta a causa della quale deve impedirsi di "scendere intenzionalmente in strada e metodicamente sbatter giù il cappello dal capo alla gente" [1] e il cui unico rimedio è mettersi in mare il più presto possibile. Il capitano della baleniera è un personaggio che rappresenta l'emblema del paradosso, Ahab, con il quale Ishmael non solo non interagirà mai ma sarà anche il centro del suo sforzo di capire la sua esperienza a bordo della baleniera.

Moby Dick è, infatti, una narrazione retrospettiva, il che significa che il narratore - nel nostro caso Ishmael - racconta i fatti dopo averli vissuti. Di solito, questo implica una serie di problematiche che rendono tutte le narrazioni retrospettive le più interessanti da analizzare. Una di queste è l'affidabilità del narratore: come possiamo sapere che ciò che Ishmael ci racconta sia ciò che è accaduto realmente e non solo la rappresentazione di ciò che il narratore pensa di aver vissuto? Una problematica ulteriore da affrontare è la motivazione della narrazione: perché Ishmael decide di iniziare a raccontare la sua tragica e traumatica esperienza sul Pequod?

Non disperarti, perché non c'è una risposta del tutto esatta a queste domande. Si possono fare delle ipotesi, però, soprattutto sulla seconda domanda. Una delle ragioni per cui Ishmael decide di narrare la sua avventura è scritta tra le pagine che egli stesso scrive ed è la motivazione della maggior parte delle narrazioni retrospettive: la volontà di capire ciò che è successo e il tentativo di interpretarlo. Questo è ciò che succede al nostro protagonista-narratore.

Moby Dick è romanzo che si presta a diverse e, forse, infinite interpretazioni ma ciò che forse fuoriesce dalla lettura di questo immenso tomo della letteratura è proprio la difficoltà di arrivare una soluzione definitiva.

Ishmael prova, con non poche difficoltà e fallimenti, a sviscerare questioni insolubili della natura umana universale, come il problema del giudizio e del pregiudizio indirizzati rispettivamente sui personaggi di Queequeg e di Ahab. Con il primo, il narratore mostra il processo di presunta eliminazione del pregiudizio nei confronti di ciò che nel mondo occidentale viene considerato un "selvaggio", anche se, alla fine dei conti, la situazione si ribalta: è Queequeg, il cannibale proveniente da un mondo non civilizzato, ad accettare serenamente la coesistenza di più civiltà e ad affrontare, come un vero antropologo, i misteri della vita e della morte.

Con Ahab, la situazione si complica perché, come ho scritto prima, il capitano del Pequod rappresenta l'emblema del paradosso. Ahab ha il potere di attrarre a sé, come un magnete, ciò che lo circonda. Ha abilità oratorie non caratteristiche di un capitano di una baleniera, il che lo rende non solo meno plausibile come presenza su una baleniera ma anche un personaggio di una tragicità profonda in partenza. Ahab intimorisce perché misterioso, "inaccessibile" [2] e autoritario nel costringere - o convincere - tutto l'equipaggio a perseguire il suo scopo ultimo; trovare la Balena Bianca. Ma è soprattutto nell'autorità che Ishmael cerca la componente più umana e meno demoniaca di questo personaggio. Ahab, infatti, è anche un uomo con una storia ben precisa seppur mostrata velatamente e con maestria durante la narrazione, un uomo per il quale lo stesso Ishmael prova compassione e che comunque non riesce a interpretare e capire del tutto. Ahab rappresenta il paradosso in quanto personaggio narrativamente tragico da qualsiasi prospettiva lo si guardi.

Lo stesso Moby Dick, la balena contro la quale Ahab cerca maniacalmente vendetta, può essere inclusa nella rappresentazione di qualcosa di indefinibile. Due sono i capitoli in cui si vede chiaramente lo sforzo di Ishmael nel tentare di capire questa creatura che infesta il romanzo come uno dei migliori fantasmi della finzione letteraria che mai appare ma è sempre presente. "Moby Dick" e "La bianchezza della balena" sono due capitoli antitetici che completano il quadro: il primo rientra a pieni titoli nel gruppo dei capitoli più tecnici sulle balene, che per molti lettori sono strazianti e infiniti - per non dire anche un po' pallosi, a tratti - e ci mostra il tentativo di ridimensionare l'argomento "balena" a qualcosa che possa dare conforto, come un discorso di natura storica su coloro che hanno incontrato la terribile creatura.

Il secondo capitolo citato, invece, si muove su binari completamente diversi, rivelando da una parte l'impossibilità di definire qualcosa di così maestoso e sublime come la Balena Bianca e dall'altra la paura di non riuscirci. Moby Dick, la balena dalla bianchezza che è "nella sua essenza non tanto un colore quanto la visibile assenza di colore" [3], rappresenta un po' quello spazio di "sconosciuto" con il quale ogni essere umano, prima o poi, deve confrontarsi.

Insomma, credo che Moby Dick rappresenti molte cose, molte letture che ogni persona che vi si avvicina anche solo parzialmente può dare al romanzo. Tuttavia, ritengo che proprio per questa capacità di offrire molteplici soluzioni - senza mai offrirne una definitiva, tra l'altro - di lettura e sensazioni contrastanti, questo romanzo rientri a pieni e meritati titoli nella definizione di letteratura. Non è facile e non lo sarà mai, ma credo che se letto attentamente, Moby Dick possa offrire ad ogni lettore qualcosa sempre di diverso. Questo fa Moby Dick ma questo fa, soprattutto, la Letteratura.

Nota sulla traduzione: 

Moby Dick è un romanzo di difficile lettura, figuriamoci di traduzione. Alessandro Ceni, il traduttore che ha curato l'edizione Feltrinelli del romanzo, ha fatto un buon lavoro, a mio avviso. Ha deciso coraggiosamente di improntare i riferimenti di Ishmael al lettore - sin dal famoso incipit "Call me Ishmael" - con una seconda persona singolare anziché una seconda plurale. Discutibili, invece, le scelte traduttive dei dialoghi tra personaggi dalle parlate caratteristiche. L'oste della locanda a Nantucket finisce per prendere un vago sentore toscano, un regionalismo probabilmente usato per riprendere la trascrizione del linguaggio orale - e per forza sgrammaticato - dell'oste in lingua originale. Nel complesso, la ritengo una buona traduzione che non appiattisce per nulla lo stile mutaforma di Melville, un lavoro filologicamente attento e curato. La prefazione del traduttore, poi, è la ciliegina sulla torta da leggere assolutamente prima e anche dopo la lettura.

[1] Capitolo 1. Parvenze (p. 21).
[2] Capitolo 34. La mensa della cabina (p. 185).
[3] Capitolo 42. La bianchezza della balena (p. 231)

venerdì 3 gennaio 2020

gennaio 03, 2020

Edimburgo tra libri, letteratura e menzioni d'onore

La bellissima mappa di Edimburgo è
una collaborazione con Mapiful.
Scoprire l'Inghilterra città dopo città sta diventando un'attività decisamente interessante, soprattutto perché si tratta di un agglomerato di storia, letteratura e cultura che viene costantemente valorizzato e donato agli occhi del pubblico (come non succede da altri parti...).

Anche questa volta, come era successo a maggio con Londra, ho deciso di segnarmi su un taccuino i luoghi più emblematici di una delle città più letterarie d'Europa. Non avrei mai pensato che mi sarebbe piaciuta tanto come alla fine è successo; mi sono innamorata di Edimburgo e credo di poterla consigliare come meta per ogni tipo di viaggiatore - e di lettore.


Le librerie

La prima scoperta che ho fatto su Edimburgo è stato il numero spropositato di librerie presenti. La città non è molto grande e credo che in quattro giorni si possa visitare tutta con una certa calma, ma la quantità di negozi di libri - usati e nuovi - mi è sembrata veramente impressionante in proporzione alla grandezza della città. Ne ho visitate diverse e ce ne sono alcune che mi sento assolutamente di consigliarti.

Till's Bookshop

Till's Bookshop - 1 Hope Park Cres
Iniziamo con una delle librerie più belle di sempre, Till's Bookshop che mi sono ritrovata letteralmente sotto l'appartamento che avevamo affittato per i due giorni di permanenza. Ringraziando il caso o chi per lui, ho trovato una delle librerie di seconda mano più belle di sempre. La scelta dei libri è chiaramente curatissima dall'anziano gestore del negozio, un signore avanti con l'età veramente gentile, disponibile e con uno dei toni di voce più pacati che abbia mai sentito (tanto che io e il mio ragazzo abbiamo fatto fatica a capire cosa ci stesse dicendo).
La libreria è divisa per argomenti e gli scaffali sono fitti di libri, al punto che nella sezione di narrativa contemporanea si fa anche una certa fatica a tirarli fuori. Con mia grande sorpresa, la libreria offre una vasta e curata sezione di critica letteraria e scienza che ci ha attratto quasi subito e per colpa della quale siamo rimasti nel negozio per più di quaranta minuti. I prezzi sono ridicoli. Manuali di critica letteraria, antologie o saggi non superano le cinque sterline a volume.

Peter Bell Books - 68 West Port
Se siete allergici alla polvere, questo negozio di libri dell'usato non fa per voi. Non mi dilungherò sul fatto che la pulizia dei pavimenti in Inghilterra sembra essere una pratica sconosciuta, ma mi concentrerò anche qui sulla quantità infinita di libri esposti. Da Peter Bell dovrai passarci una giornata intera per riuscire a vedere tutto quello che offre,  perché oltre ad essere un negozio grande, i libri sono infilati in ogni angolo vuoto. Anche in questo caso, la qualità dei libri è molto alta e ti fa quasi dimenticare gli strati di polvere per terra. La particolarità di questa libreria sono i libri per bambini, classici e contemporanei che avrei voluto volentieri portarmi a casa. I prezzi sono leggermente più alti di Till's, ma per essere una libreria sotto al castello di Edimburgo possiamo anche chiudere un occhio.

Armchair Books

Armchair Books - 72-74 West Port
Praticamente adiacente a Peter Bell, Armchair Books è la libreria più labirintica che abbia visitato nei miei pellegrinaggi esteri. Il cunicolo all'ingresso che mi ha accolta con tantissime edizioni delle opere di Tolkien, è stretto ma accogliente. La libreria è illuminata fino al soffitto e i libri, anche qui, sono infilati in angoli invisibili che solo gli occhi più attenti potranno scovare. Non vorrei essere ripetitiva nel dire che con questo negozio confermo l'elevata qualità dei libri usati che vengono venduti a Edimburgo, ma è così e devo sottolinearlo. Seppur apparentemente disordinata, poi, Armchair Books offre ai lettori un labirinto facilmente percorribile e riconoscibile: ogni sezione viene indicata e, nel retro più disordinato ho trovato delle chicche che non credevo possibile trovare, come una raccolta delle opere di Shakespeare risalente al XIX secolo.

Blackwell's - 53-62 South Bridge
Tra le librerie di catena che vale la pena di visitare c'è Blackwell's, situata in un edificio a tre piani. La libreria è veramente immensa e sempre piena di persone, mi ha offerto spunti di lettura interessanti e libri che non avevo visto nemmeno nelle librerie di Londra. Ogni sezione ha il suo spazio, la sua stanza e il suo addetto, in modo che se anche vi potreste perdere, c'è sempre qualcuno pronto a farvi trovare la strada per l'uscita o per la prossima sezione. Merita una menzione speciale quella di critica letteraria e dei classici, ma anche il terzo piano interamente dedicato alla cancelleria non è male...

Typewronger e McNaughtan's

Typewronger/McNaughtan's - 39-49 Haddington Pl.
Dall'altra parte della città, quella un po' più vittoriana, si trovano due librerie comunicanti. McNaughtan's è la libreria dell'usato più antica di Edimburgo e vende sia libri usati che da collezione. I prezzi, infatti, non sono bassissimi ma vale la pena farci un salto e sfogliare libri molto antichi seduti sul davanzale di una finestra nel retro del negozio (sì, ho visto una ragazza farlo molto comodamente...). McNaughtan's ospita accanto una libreria molto particolare e anche molto bella, Typewronger Books, che si definisce "la casa di una comunità di lettori, scrittori, artisti e musicisti". Effettivamente il negozio si presenta come un perfetto salotto in cui ci si sente liberi di sfogliare libri, sedersi su una comodissima poltrona di cui il fidanzato febbricitante ha fatto largo uso, e ascoltare la musica in filo diffusione. I prezzi dei libri sono quelli di copertina, ma visto che Typewronger è anche una casa editrice indipendente, vale la pena visitare questo posto così accogliente e magari portarsi a casa anche un libro o due.

Luoghi d'interesse

Per quel che riguarda, invece, i luoghi di interesse da visitare cercherò di essere il più sintetica possibile per il bene di tutti, nonostante ci sarebbero da scrivere pagine e pagine al riguardo.

Edimburgo è una città che offre veramente tanto in termini di negozi, caffetterie, giardini e anche di cimiteri. Ebbene sì, Edimburgo è una delle città più spettrali d'Europa. Il Greyfriars Cemetery, infatti, viene ritenuto uno dei cimiteri più antichi, con tombe risalenti al XVI secolo che portano rappresentati teschi, ossa e angeli della morte che si allontanano decisamente dalle rappresentazioni della morte alle quali siamo abituati. L'aspetto più interessante è che, spesso, le tombe sono adagiate sui muri degli edifici adiacenti al cimitero, come se nulla fosse. Il confine tra morte e vita, in questa città, sembra essere più labile di quanto si pensi...

Frankenstein Pub
A due passi dal cimitero ci sono due luoghi che gli amanti della letteratura non potranno fare a meno di visitare: il primo è il The Elephant House, ovvero la caffetteria dove J.K. Rowling ha scritto molte delle pagine che abbiamo amato di Harry Potter, un luogo frequentato anche da scrittori come Ian Rankin o Alexander McCall-Smith.

Il secondo luogo nel quale bisogna assolutamente entrare almeno una volta è Frankenstein, un pub decisamente in tema con la storia di Mary Shelley e tutto ciò che ad essa si è ispirato. Luci verdi al neon, gabbie, ampolle con strani liquidi, grosse manopole e un'atmosfera altrettanto inquietante. L'ingresso è libero e vi consiglio di prepararvi a prendere un bello spavento appena entrati...

Galaxy
Per gli amanti di Harry Potter come la sottoscritta - mi dispiace per voi altri blasfemi, ma Edimburgo è anche e soprattutto la città di Harry - ci sono due negozi che si dovrebbero visitare almeno una volta: Museum Context, un negozio di oggettistica molto particolare che assomiglia moltissimo a Mielandia o a Zonko, e Galaxy, un altro negozio decisamente dedicato al mondo di Harry Potter ma anche a quello più Nerd.

Menzioni d'onore

Passiamo all'ultima sezione di questo lungo articolo: le menzioni d'onore. Negozi, bar, musei che ho visitato e ristoranti on a budget per chi, come la sottoscritta, non può permettersi pranzi e cene in compagnia della regina Elisabetta.

The Milkman Coffee - 7 Cockburn St.
Una piccolissima caffetteria che fa un buon cappuccino e delle torte deliziose, dietro la stazione di Waverly e all'ingresso della città vecchia.
Camera Obscura & World of Illusions - Royal Mile
Una delle più antiche attrazioni turistiche costruite in Inghilterra, che offre tre piani di mostre interattive su illusioni ottiche, luce e colori. Divertentissimo e interessante per adulti e bambini.
Armstrongs Vintage - 14 Teviot Pl. / 81-83 Grassmarket / 64-66 Clerk St.
Oltre alle librerie dell'usato, Edimburgo offre moltissimi negozi di abiti usati e questo è il migliore per il rapporto qualità-prezzo. Vestiti vintage in ottime condizioni e a prezzi veramente ridicoli. Non fare come me, comprate qualcosa e portatelo a casa.
The Scotch Whiskey Experience -  365- 555 Royal Mile
La Scozia, nemmeno a dirlo, è la patria del Whisky. In questo gigantesco edificio, oltre ad offrirti una mostra guidata nella storia e creazione, ti coccolano con una degustazione di vari tipi di Whisky da te scelti.
Royal Mile Tavern - 127 High St
Un ottimo pub a prezzi modici per mangiare, dopo una lunga passeggiata, hamburger e patatine e guastarsi una deliziosa birra - meglio la Guinness, ve lo dico io.
Checkpoint - 3 Bristo Pl.
Vicino all'università, questo posticino un po' nascosto ma molto spazioso offre piatti molto buoni e anche molto particolari, adatti anche per vegetariani e vegani. I prezzi non sono bassissimi ma nemmeno esagerati.

martedì 24 dicembre 2019

dicembre 24, 2019

Letture sotto l'albero - i libri da regalare

Buongiorno lettrice e lettore e buone feste!

Devo ammettere che mi fa un po' strano rimettermi a scrivere un articolo per le letture sotto le feste, ma sono comunque contenta. Quest'anno, le letture non saranno propriamente a tema natalizio perché il primo semestre all'università mi ha dato una mazzata sulle spalle non indifferente e gli impegni sono triplicati.

Tanto perché ci piace cambiare - come alle scale di Hogwarts - ho deciso che per mantenere comunque la tradizione di Letture sotto l'albero non ti consiglierò libri che parlano solo del Natale ma romanzi e saggi che credo siano perfetti da dare in dono a chi amiamo di più. Ci sono libri che ho letto e che mi hanno riempito il cuore, altri la mente e altri ancora l'anima - addirittura, sì! - e credo che non ci sia regalo più bello del condividere le gioie della lettura con chi abbiamo vicino.

Un libro per riempire il cuore

Il primo che ho il piacere di consigliarti è un classico che, forse, viene letto troppo poco da adulti. Parlo di Matilda di Roald Dahl, romanzo meraviglioso e sincero sulle avventure di una bambina di cinque anni e mezzo alle prese con un mondo di adulti che non solo non la capisce, ma si fa anche beffa di lei. 

La storia, forse, è conosciuta ai più grazie all'adattamento cinematografico del 1996, film con il quale ho scoperto la storia quando ero una bambina. Matilda è una bambina sola nella sua famiglia, nei confronti della quale il narratore non risparmia taglienti critiche o commenti espliciti sull'ignoranza diffusa in casa Wormwood. Matilda, però, scopre piccolissima i libri che le daranno quella compagnia e quell'amore che sempre aveva sentito mancarle intorno. Il libro è abbastanza diverso dal film, perché sebbene l'elemento magico sia presente in entrambi, nel romanzo fa la sua apparizione dopo la metà. Sembra quasi che Dahl abbia voluto concentrarsi non tanto sulla "facile soluzione" che la magia avrebbe potuto offrire a Matilda per vendicarsi, in qualche modo, di questo mondo di adulti incapace di ascoltare e comprendere la saggezza dei bambini e dei libri, bensì sull'importanza di affrontare questo stesso mondo per potersene distaccare definitivamente. 

Matilda non è un libro sdolcinato o intriso di una leziosità nauseabonda, tutto il contrario: si tratta di una storia sincera, profonda e reale, cosparsa di una tenerezza che solo i bambini e gli adulti più capaci ad ascoltare sapranno apprezzare. Lacrima assicurata a fine lettura.

Un libro da leggere con calma

Se c'è un libro che si trova sul mio comodino da più di due anni è Scrivere la vita: più di mille pagine di lettere scritte da Vincent van Gogh principalmente al fratello Theo. Questo non è un libro con il quale mettersi paletti se non quello di gustarselo piano piano quando se ne sente il bisogno. Chi conosce il genio tormentato di van Gogh sa quanto intense siano le sue rappresentazioni della realtà; le lettere riportano quella stessa intensa passione che il pittore metteva nel dipingere paesaggi reali e immaginari, tormentati come la sua anima. Vincent, infatti, era anche un attento lettore e, da ottimo osservatore della realtà, sapeva cogliere l'essenza di ciò che gli accadeva e leggeva al punto da sentirsene sopraffatto emotivamente. Non c'è raccolta di lettere altrettanto bella, ricca e profonda come questa di Vincent van Gogh.

I libri di Virginia per ricordarci l'importanza di esistere

Sarà forse un po' scontato e la categoria non gli farà assolutamente giustizia, ma questo mi è sembrato l'unico modo per descrivere l'importanza dei saggi scritti negli anni da Virginia Woolf. Autrice del cuore per me e molte altre amiche, un'autrice che può far breccia anche negli animi maschili perché non c'è nessuno che parla di libri, letteratura, società come lei. Ironica, pungente ma sempre profondissima, Virginia Woolf è stata prolifica nella scrittura di articoli e saggi che affrontavano questioni spinose della sua - ma anche nostra - società. 

Primo tra tutti, l'importanza della propria esistenza, della propria voce. Il primo saggio che ti consiglio, infatti, è il più famoso: Una stanza tutta per sé, da gustarsi senza pregiudizi e con una matita nella mano libera. 

Altrettanta attenzione deve essere dedicata alla raccolta curata da Liliana Rampello, Voltando pagina. Non si può sbagliare con questo libro se si vuole avere una conoscenza approfondita - ma comunque da poter scandire in vari momenti e a proprio piacere - dell'amore sconfinato di Virginia Woolf per gli aspetti più dinamici della vita: i libri e la letteratura.

Libri da leggere tutti d'un fiato

Perché sì, tutti hanno accanto lettori non proprio forti che hanno bisogno di un libro che non li spaventi. Ne ho due, uno in italiano e uno in inglese per chi vuole tentare la sorte.

L'ignoto ignoto di Mark Forsyth è un libricino che non sapevi di voler leggere. In pochissime pagine l'autore riesce a spiegare, anche con una certa intensità, un concetto al quale non si fa mai caso quando si entra in una libreria: il piacere di non trovare ciò che cercavi, ma ciò che ti serviva. E' quel libro nascosto nell'angolo dello scaffale, o quello schiacciato in mezzo a due mattoni giganti, ma anche quello in cassa insieme agli altri a cui non presti mai attenzione. Insomma, il piacere di trovare un libro che non sapevi ancora di volere.

Art Matters di Neil Gaiman - brillantemente illustrato da Chris Riddell - è un libro illustrato e quando Neil Gaiman parla, tutti tacciamo. Sebbene la prima parte di questo libro avrebbe potuto essere sviluppata meglio, la seconda è ciò su cui punterei tutto: l'importanza del fallimento come spinta per trovare la "propria arte", ovvero il proprio modo di raccontare la realtà, la tua storia e la tua mente.

Credo che anche per quest'anno sia tutto. Avrei voluto fare un lavoro diverso per questa rubrica, ma prendo spunto dall'ultimo libro che ti ho consigliato per farti capire - e far capire a me stessa - quanto sia fondamentale avere la forza di mollare per poter trovare alternative spesso migliori dei primi tentativi. Questi sono i consigli di Neil Gaiman per chi vuole intraprendere una carriera artistica, da freelance o qualsiasi attività che coinvolga la creatività:
  • se hai un’idea di cosa vuoi fare o di cosa ti è stato chiesto di fare, vai e falla. Ed è più difficile di quanto suoni e, qualche volta alla fine, tanto più facile di quanto tu possa immaginare.
  • quando inizi, devi affrontare i problemi del fallimento. Devi avere la pelle dura, imparare che non tutti i progetti sopravviveranno.
  • mentre stai facendo una buona arte, fanne una tua, fai le cose che solo tu puoi fare. L’unica cosa che hai e che nessun altro ha sei tu. La tua voce, la tua mente, la tua storia, la tua visione delle cose. Perciò, scrivi e disegna e costruisci e suona e danza e vivi come solo tu sai fare.
E' su questa nota, spero positiva, che ti auguro tutto il bene, la serenità e la felicità del mondo per queste feste 2019. A presto!

Francesca, Le ore dentro ai libri.

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