mercoledì 24 aprile 2019

aprile 24, 2019

"In un buco nella terra viveva uno hobbit". Il mio viaggio con Bilbo Baggins


Autore: John Ronald Reuel Tolkien
Titolo originale: The Annotated Hobbit
Anno di pubblicazione: 1937
Edizione: Bompiani, 2012
Traduzione: Caterina Ciuferri, Paolo Paron
In un buco nella terra viveva uno hobbit.

Il mio viaggio con Lo Hobbit è iniziato ufficialmente il 23 febbraio del 2019 e si è concluso due mesi dopo, il 23 aprile 2019. E' stato strano avvicinarsi ad un romanzo che sapevo avrei dovuto leggere molto tempo prima ma nei confronti del quale ho sempre mantenuto le giuste distanze senza un motivo ben preciso. I motivi possono essere diversi: sarà che i fantasy non rientrano nella categoria dei libri che amo leggere; sarà che quel momento dell'infanzia in cui si dovrebbe leggere un libro del genere per me era passato da un bel po' - o forse non è mai arrivato, non avendo mai letto nulla del genere -; sarà anche che negli ultimi tre anni sono stata, in qualche modo, costretta a limitare le mie letture in un confine ben preciso che solo una volta si è avvicinato marginalmente al genere del fantasy.

Insomma, ammetto che da parte mia non ci sia mai stato un interesse abbastanza forte per avvicinarmi a Lo Hobbit in passato, ma finalmente negli ultimi mesi il desiderio di aprire e iniziare finalmente a leggere quel volume che avevo riposto ordinatamente nella libreria è aumentato vertiginosamente.

Perché e come: la lettura de Lo Hobbit.

Ho sempre osservato, analizzato e anche un po' studiato la parte più accademica, se così vogliamo definirla, di J. R. R. Tolkien e, come al mio solito, mi sono avvicinata all'autore dall'esterno, dalle opere meno conosciute. La mia parte da "studiosa di letteratura" ha sempre la meglio per quanto mi riguarda e questo porta a due semplici conclusioni: una è stata già anticipata e riguarda l'idea, molto forte in me, che per conoscere uno scrittore sia necessario leggere soprattutto le opere minori che spesso e volentieri costituiscono il corollario e la base per le opere maggiori.

Con Tolkien è più o meno così, almeno per ciò che ho letto io prima de Lo Hobbit, il che significa Il Medioevo e il fantastico, una raccolta di saggi filologici, letterari e linguistici scritti da Tolkien su argomenti che finiscono per costituire le fondamenta dell'universo da lui creato, e Lettere da Babbo Natale - recensito qui nell'articolo sulle letture di Natale -, una raccolta delle lettere indirizzate ai figli in cui Tolkien si firma Babbo Natale e nell'arco di ventanni crea un intero universo fantastico prendendo spunto dalle varie mitologie e leggende sul padre del Natale, pagano e cristiano.

La seconda conclusione è decisamente più semplice e riguarda l'acquisto dell'edizione perfetta de Lo Hobbit, che è quella annotata da Douglas A. Anderson edita Bompiani. L'edizione è arricchita da molti elementi che la rendono la migliore per gli "appassionati" o per gli avidi di conoscenza letteraria - come la sottoscritta -.

Sono presenti numerosissime note sparse ai margini del testo che riguardano non solo parti del testo, ma anche il romanzo in generale, le avventure che Tolkien ha vissuto da giovane e che hanno ispirato il romanzo. Al riguardo, è stato decisamente interessante scoprire che lo scrittore fu ispirato nel descrivere il percorso dei nani e di Bilbo da Gran Burrone al di là delle Montagne Nebbiose dalle avventure vissute da lui stesso in Svizzera nel 1911. Inoltre, Anderson informa il lettore che nel 1952 Tolkien registrò la sua voce leggere sia Il Signore degli Anelli che una parte de Lo Hobbit che comprende l'incontro di Bilbo con Gollum: questo nastro è stato messo in circolazione con il titolo J. R. R. Tolkien Reads and Sings His "The Hobbit" and "The Fellowship of the Ring" (parti di questa registrazione si possono trovare su BrainPickings ma anche su YouTube ).

C'è anche un corposo apparato di appendici scritte da Tolkien - come La cerca di Erebor, ossia il racconto di come Gandalf abbia organizzato il viaggio di Bilbo e i nani verso Erebor, la Montagna Solitaria, o l'appendice sulle rune o l'approfondimento sulle varie traduzioni de Lo Hobbit - nel corso delle varie edizioni del romanzo pubblicate negli anni e, quindi, anche da una serie di approfondimenti sulla storia editoriale de Lo Hobbit.

Qui, nel profondo, presso l'acqua scura, viveva il vecchio Gollum, un essere piccolo e viscido. Non so da dove venisse, né chi o cosa fosse. Era Gollum, scuro come l'oscurità stessa, eccezion fatta per due grandi occhi rotondi e pallidi nel viso scarno.

L'unica pecca che ho riscontrato è che leggere l'avventura di Bilbo Baggins per la prima volta facendosi accompagnare dalle note a margine rende la lettura un po' troppo accademica. Mi spiego meglio: ho provato a leggere una buona parte del libro fermandomi per leggere ogni nota e mi sono resa conto che mi stavo perdendo gran parte del coinvolgimento che Tolkien riesce a creare nel raccontare la storia. Lasciando da parte le note, almeno inizialmente, nella lettura del resto del libro sono riuscita a godermi molto di più la storia.

Lo Hobbit annotato è stato pubblicato per la prima volta nel 1988 e la seconda edizione è apparsa quattordici anni dopo, nel 2002. Secondo Anderson, questa nuova edizione fornisce "informazioni più approfondite sulla vita di Tolkien, sui suoi amici e colleghi, sui suoi interessi letterari e sulle altre opere, in modo da ottenere un ritratto complessivo più efficace." ed è decisamente riuscito nell'intento.

Perché leggere Lo Hobbit prima de Il Signore degli Anelli.

Per quanto io voglia immergermi nella lettura dei romanzi di Tolkien come avrei fatto se fossi stata più piccola, è indubbio che la mia parte da "piccola studiosa" farà sempre la sua parte e questo è il motivo per cui ho scelto, ma soprattutto sentito, di dover leggere Lo Hobbit ancor prima de Il Signore degli Anelli.

Come nelle migliori tradizioni delle saghe antiche, la storia del viaggio di "andata e ritorno, una vacanza da hobbit" fu prima inventato e raccontato oralmente da Tolkien ai suoi figli intorno al 1930, dopo un decennio di diversi racconti che lo scrittore inventava appositamente per i figli, alcuni dei quali furono messi per iscritto. Uno di questi sembra essere proprio Lo Hobbit, messo nero su bianco e pubblicato dalla Allen&Unwin nel 1937. Nel corso degli anni precedenti, Tolkien aveva sviluppato a pieno un interesse per le lingue e le letterature antiche, studiandole poi all'università e specializzandosi in antico inglese, antico norvegese e middle english. A soli sedici anni, in compagnia dei cugini, Tolkien aveva già inventato una lingua, l'Animalic. Nel 1910 aveva iniziato a scrivere poesie, i cui temi facevano spesso riferimento alle antiche leggende e servirono da base per lo sviluppo della mitologia tolkeniana.

Tutto questo confluisce in modo abbastanza ordinato ne Lo Hobbit, che è la sintesi di un percorso umano, accademico, letterario che pone le basi per la stesura dei romanzi e racconti successivi ambientati nella Terra di Mezzo. Credo che ora il motivo per cui abbia sentito di dover leggere Lo Hobbit per primo sia molto più chiaro, no?

Leggere Lo Hobbit per la prima volta.

Mio malgrado, credo di non riuscire a esprimere a pieno ciò che questo libro mi ha lasciato. E' chiaro anche a me stessa che mi è piaciuto, che me lo sono goduto dalla prima all'ultima pagina e che, in fin dei conti, sia una storia meravigliosa. Allo stesso tempo però, rimane un libro molto semplice e nella sua semplicità funziona alla perfezione. La storia di Bilbo è spesso portata avanti con le tecniche narrative proprie della tradizione nordica delle saghe, quindi attraverso formule e una struttura che pur ripetendosi rende la storia molto dinamica.

Raggomitolato sulla dura roccia, dormì meglio di quanto avesse mai fatto nel suo letto di piume. Ma per tutta la notte sognò casa sua, e nel sonno girò per tutte le stanze cercando qualcosa che non riusciva né a trovare né a rammentare che aspetto avesse.

Lo stile e l'accessibilità - termine che prendo in prestito dall'introduzione di Anderson - della scrittura di Tolkien offre alla storia un elemento senza il quale Lo Hobbit non sarebbe ciò che è, ossia un libro sia per bambini che per adulti, intriso di una cultura vastissima e spesso misteriosa, resa in modo che sia alla portata di tutti. Tuttavia, si percepisce che, nonostante le aggiunte fatte da Tolkien nel corso degli anni per adattare la storia, i riferimenti geografici e storici a ciò che viene raccontato ne Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit sia un racconto di sperimentazione per qualcosa di più grande.

Per quanto non mi piaccia etichettare le mie letture, è necessario catalogare questo libro nel genere fantasy, perché ad esso appartiene da un punto di vista letterario. Non sono mai stata una lettrice di fantasy e, leggendo Lo Hobbit mi sono resa conto che forse non è il mio genere. Lo so, Tolkien è un'eccezione per chiunque, motivo per cui la mia brama di conoscenza di questo scrittore, filologo, linguista, letterato, intellettuale quale è J.R.R. Tolkien non termina qui: ho in cantiere la lettura della trilogia centrale della sua produzione, ovvero Il Signore degli Anelli. Bilbo, Gandalf, acquile e nani ci leggeremo molto presto!

Francesca, Le ore dentro ai libri.

domenica 23 dicembre 2018

dicembre 23, 2018

Letture sotto l'albero - tre libri per quattro lettori

Buongiorno lettore e lettrice e buon inizio feste!

In attesa del terzo articolo sul confronto letterario (clicca qui per il primo e qui per il secondo) sul quale sto lavorando -giuro-, arriva in occasione delle feste natalizie l'atteso appuntamento con le Letture sotto l'albero.


L'anno scorso avevo improntato il nostro percorso su quattro letture che si adattassero al meglio all'atmosfera natalizia che rende un po' tutti più buoni - non tutti, alcuni rimangono i Grinch della situazione -. Quest'anno, invece, il nostro viaggio sarà un po' diverso: parto dalla doverosa premessa che in questi ultimi mesi ho fatto molta fatica a leggere libri che non fossero per l'università e che quindi le letture a tema natalizio hanno trovato poco spazio tra i mille impegni letterario-universitari dell'ultimo periodo. In ogni caso, non sono mancati i libri giusti per prepararsi all'atmosfera natalizia anche se, questa volta, si aggiungono alla lista dei libri che non avevo preso in considerazione. Da suggerimenti sparsi di qualche lettore e lettrice come te, sono giunta alla conclusione che quest'anno, le letture sotto l'albero saranno dei consigli di lettura e per gli acquisti con il fine rendere il Natale un po' più libresco e speciale non solo per te ma anche per chi ti sta vicino. Si tratta di libri che ho letto e amato e libri che ho regalato a chi voglio bene.

Doverose premesse e spiegazioni concluse, perciò passiamo ai libri!

Per il lettore natalizio

Abbiamo tutti un amico, un'amica o un familiare che non riesce a fare a meno di leggere un libro a tema con il periodo, che sia Natale, Halloween, l'estate o la primavera. Nel caso in cui nemmeno tu riesca a fare a meno di questa preparazione libresca in vista di un evento come, in questo caso, il Natale, ho qui pronti per te alcuni titoli che potrebbero aiutare.


Nel 2016, Iperborea ha avuto un'idea perfetta per preparare i suoi lettori al Natale pubblicando uno dei romanzi considerati il A Christmas Carol nordico. Sto parlando de Il pastore d'Islanda di Gunnar Gunnarson, che ho regalato a mio padre proprio due anni fa per Natale per farlo avvicinare piano piano al mio mondo di letture e di studi - visto che studio letterature nordiche -. Come le saghe islandesi, anche Il pastore d'Islanda si struttura come un cammino di uno per diventare, alla fine, il cammino di tutti, una parabola universale che, in questo caso, è avvolta da un clima rigido e nevoso e spesso sconosciuto ai lettori italiani.


Per questo Natale non posso lasciare da parte una casa editrice alla quale sono molto legata e che pubblica sempre storie magiche confezionate con una grafica meravigliosa. Anche quest'anno, Antonella, Lorenzo e Alessandro di ABEditore si sono barcamenati nella pubblicazione di un nuovo blocco di Imbustastorie, questa volta tutto tematico. Le quattro nuove bustine contengono racconti che vi faranno fare un vero viaggio tematico: dalla magia al doppio, passando per l'incubo e il sogno. Incontriamo autori come Charles Dickens, Marcel Schwob, Franz Kafka o Virginia Woolf ma visto che per ogni bustina si trovano ben cinque racconti, gli autori da scoprire sono molti altri. Insomma, una lettura perfetta da fare sotto le feste quando l'occhio è appesantito dagli abbondanti pranzi con parenti e amici e la mente non riesce a concentrarsi per troppo tempo. Un regalo meraviglioso e un'escamotage per chi non sente di poter andare a colpo sicuro con un romanzo specifico. Queste storie sono perfette per tutti i gusti.

Tornando al Natale come tema principale delle storie, la Bottega dei Traduttori - la stessa che ha collaborato con ABEditore per l'Imbustastorie - ha pubblicato una raccolta di racconti da culture e mondi differenti che mostrano il Natale con occhi diversi dai nostri. Gli autori inseriti nella raccolta sono tanti e anche conosciuti e ogni racconto è illustrato da un disegnatore professionista. Una tenera raccolta di letture da leggere la sera per rilassarsi e godersi a pieno l'atmosfera che solo il Natale può sprigionare.

Per il lettore letterario

Si sa, di lettori ce ne sono di tutti i tipi, anche chi, come la sottoscritta, non può fare a meno della Letteratura - quella con la L maiuscola - e di libri che parlano di libri, di scrittura e di lettura.


Il primo consiglio è un libricino che, sfortunatamente, non è stato ancora tradotto in italiano e che perciò devo proporti in inglese. Si tratta di The Travelling Companion di Ian Rankin, scrittore scozzese innamorato dei suoi territori e in particolare di Edimburgo e autore di una serie di romanzi polizieschi di successo. Lo sai, io non sono una lettrice di gialli o polizieschi - zia Agatha è la sola eccezione - ma con Ian Rankin sono riuscita ad iniziare, finire e farmi quasi piacere Resurrection Men. Rankin non è solo uno scrittore di gialli perché le sue storie non sono mai banali né fisse sul tema dell'indagine. The Travelling Companion, infatti, è un racconto di poche pagine in cui Rankin, lettore appassionato di Robert Louis Stevenson, costruisce una storia attorno ad un dottorando ossessionato dallo scrittore di Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Dopo la visita di un collezionista che afferma di avere il manoscritto originale del romanzo più famoso di Stevenson e del racconto mai pubblicato dal titolo The Travelling Companion, per Ronald Hastie inizia una ricerca esasperata che lo porterà molto lontano da se stesso e una conclusione decisamente inaspettata, non solo per lui ma anche per il lettore.


Un regalo che ho ricevuto a novembre e che ho letto con molto piacere è The Gifts of Reading di Robert Mcfarlane, anche questo non tradotto in italiano. Ci sarà una congiura contro i libri belli?
Al contrario degli altri libri consigliati, questo piccolo tesoro scritto da Mcfarlane non è un romanzo e nemmeno un racconto, bensì un saggio sulle gioie della lettura e sull'importanza che i libri possono avere nella vita di ognuno. Il punto di vista affrontato è quello personale di Macfarlane - professore di letteratura inglese a Cambridge - che include anche un percorso di crescita e di riscoperta dei piaceri della lettura. La bellezza di questo piccolo pamphlet - se così vogliamo chiamarlo - è la rilevanza che dà al legame tra i libri e i rapporti tra le persone, perché è vero che i leggere ci aiuta ad estraniarci dal mondo, ma è altrettanto vero che i libri siano un preziosissimo punto di incontro tra le persone.


L'ultimo - ma non ultimo - libro della categoria racchiude in realtà più volumi. Sto parlando dei libri che raccolgono la serie di interviste dal nome Writers at Work della The Paris Review, una rivista letteraria statunitense. Raccolte e pubblicate in inglese inizialmente dalla Penguin (ora da Canongate Books se non erro) e in italiano da Fandango Libri, queste interviste sono un elemento imperdibile nella libreria di un appassionato di letteratura, scrittura e storia della letteratura. Non sono rielaborazioni, saggi o simili, ma vere e proprie interviste riportate su carta a scrittori del calibro di William Faulkner, Truman Capote, T. S. Eliot, Ezra Pound, Philip Roth, John Steinbeck, Alberto Moravia e molti altri. Le raccolte partono dalla seconda metà del secolo scorso per arrivare fino ai giorni nostri, un patrimonio culturale che non ci si può far scappare.

Per il lettore bambino


Un libro che sicuramente ti sorprenderà perché forse poco conosciuto ai più è Roverandom di J. R. R. Tolkien, il padre della Terra di Mezzo e uno studioso di letteratura di tutto rispetto. Edito in inglese da Harper&Collins e in italiano dall'ormai fedele e tolkeniana Bompiani, questo breve racconto è stato scritto da Tolkien per suo figlio Michael dopo che questi aveva perso il suo giocattolo a forma di cane preferito. Storia di un cagnolino, Rover, che viene trasformato in un giocattolo da uno stregone, il racconto diventa una vera e propria quest del piccolo Rover attraverso mondi fantastici, come la luna o l'isola dei cani, per recuperare la propria identità e tornare un cane vero. Un'ottima lettura sia per grandi - appassionati di Tolkien e simili, aggiungerei - che per piccini.


Non potevo non consigliare un libro della tradizione svedese: dopo Astrid Lindgren, Ulf Stark vince il titolo dell'autore più importante di letteratura per bambini in Svezia, in particolare grazie ad un libro dal quale è stato tratto un film che viene trasmesso ogni anno sotto le feste natalizie in tutte le case svedesi: Sai fischiare Johanna? è una piccola e tenera storia sul legame tra nonni - anche in affitto - e nipoti che farebbe sciogliere il cuore anche al Grinch più odioso di tutti.

Se invece il nostro lettore è un po' più esigente e non si accontenta dei quattro capitoli di Ulf Stark, possiamo orientarci su un altro classico della letteratura per bambini, Storie proprio così di Rudyard Kipling, contenute però nel piccolo mondo ABEditore sotto il titolo Il libro delle bestie. Perché non scoprire il motivo per cui, secondo Kipling, l'elefante ha una proboscide così lunga o quale sia stato il risultato di un tentativo di mimetizzazione del leopardo? Meravigliosamente illustrate in questa nuova edizione, queste storie di stampo fantastico e spesso umoristiche non possono proprio mancare tra le letture da fare in panciolle davanti ad un camino...o un termosifone bello caldo se il camino, come me, non lo avete!

Per il lettore forte


Capiamoci, il lettore forte non è colui che riesce a sollevare più di otto libri con un braccio solo, o per lo meno non solo quello. Il lettore forte è colui che si sente pronto e capace di affrontare delle letture alquanto complicate e ingegnosamente strutturate da autori il cui fine non era proprio quello di far rilassare il lettore. La bellezza di questi libri, però, è che nonostante le difficoltà che si possono riscontrare, regalano alla fine un'esperienza di lettura che non si scorderà mai più.

Con cinquecento e passa pagine intrise di un'epopea familiare, La casa della moschea di Kader Abdolah è un libro che potrebbe riservare delle sorprese non da poco. Abdolah ritorna, forse con nostalgia, al panorama familiare di quella che una volta si chiamava Persia e che lui, autore iraniano e rifugiato politico in Olanda, conosce molto bene. L'Islam che viene presentato al lettore è intimo, una religione umana praticamente sconosciuta agli occhi di molti e che accompagna le avventure, anche drammatiche, di un'influente famiglia locale.


Non posso non citare, ora, uno dei libri migliori che abbia letto quest'anno: L'urlo e il furore di William Faulkner, un romanzo corale diviso in quattro sezioni che a fine lettura lascerà te - o la persona a cui lo regalerai - con la sensazione di aver ricevuto in dono uno dei capolavori della letteratura contemporanea. Perché sì, per quanto se ne dica, questo romanzo, che ruota attorno alle tragiche vicende della famiglia Compson, si carica di una profondità emotiva e universale a tutti gli uomini poco eguagliate da altri libri. Quattro sezioni, quattro personaggi diversi, quattro voci che ruotano attorno e raccontano, a modo loro, un unico evento legato ad un personaggio al quale Faulkner non dà voce: Caddie Compson.

Aggiungo alla lista un romanzo che mi è stato regalato da poco e che desideravo ardentemente da qualche mese: Stoner di John Williams, un libro che per me è legato all'amicizia con Sara (The Nerd Writer), che lo ha letto e se ne è innamorata. La storia di William Stoner è una storia apparentemente semplice ma nasconde un'intensità che Sara mi ha saputo trasmettere con pochissime parole molto profonde. Questo romanzo ha tutte le carte in regola per entrare nell'albo dei capolavori della letteratura contemporanea e visto che mi è stato più volte ripetuto di leggerlo - anche e soprattutto perché ho amato Uomini e topi di Steinbeck - non posso che fare altrettanto con te.

Non credo che ci sia più nient'altro da dire se non che ti auguro di passare delle feste serene, in compagnia delle persone che ti fanno stare bene e ti rendono felici. Ah, quasi dimenticavo...buone letture e anche buoni acquisti dell'ultimo momento!

A presto,
Francesca, Le ore dentro ai libri.

sabato 10 novembre 2018

novembre 10, 2018

In fondo al libro #2: una lettura ravvicinata di "Frankenstein", "Gordon Pym" e "Dr. Jekyll & Mr. Hyde"

Buongiorno! Eccoci al nostro secondo appuntamento con la rubrica #infondoallibro, una lettura più da vicino di tre classici della letteratura adatti alla spaventosa settimana in cui è iniziata la rubrica: Frankenstein di Mary Shelley, Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe e Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson.

Nei tre anni di università credo di aver imparato a fare una cosa, ossia divertirmi nell'analisi di ciò che leggo. Che divertimento, eh? E bene, se hai letto l'articolo sulle mie confessioni da lettrice, saprai che il modo in cui solitamente leggo i libri per l'università è un po' più approfondito da quello con cui affronto i libri che leggo per interesse personale. Nel tempo, però, questo metodo un po' più analitico è diventato più interessante e sono riuscita ad applicarlo in parte al resto delle mie letture. Perché, mi son detta, non portare questa parte della mia vita anche sul blog?

Dopo la prima "puntata" incentrata su una lettura più ravvicinata della struttura narrativa, in questo secondo appuntamento andremo alla ricerca dell'origine di questi tre spaventevoli scritti e delle fonti letterarie e culturali di cui i loro autori si sono serviti più o meno coscientemente.

Sono sempre stata affascinata dal processo creativo dietro ad un'opera letteraria, perciò ora capirai il motivo per cui sono stata molto contenta di ritrovare molti riferimenti ad esso per tutti e tre i testi affrontati. Ma iniziamo.

Manoscritto di Frankenstein, con note di Percy
Shelley ai margini.
© Bodleian Library, University of Oxford
Le fonti e l'origine

Frankenstein - Mary Shelley

Cronologicamente parlando, il primo romanzo dei tre ad essere stato pubblicato fu Frankenstein, nel 1818. Tutti i più appassionati lettori della Shelley conoscono la storia del "concepimento" del romanzo - tema, quello del concepimento in generale che affronteremo nel prossimo appuntamento -.

E' Mary stessa a raccontare, o meglio, narrare questo processo creativo nell'introduzione del 1831 al romanzo, edizione che viene pubblicata, stavolta, con il suo nome. Durante un soggiorno a Villa Diodati nel 1816, in un'atmosfera decameronica, Mary, Percy Shelley, Claire Clairmont, Lord Byron e John Polidori decidono di sfidarsi a comporre ognuno una storia di fantasmi come quelle che per giorni si erano raccontati.

Lunghe e frequenti erano le conversazioni tra Lord Byron e Shelley, a cui io assistevo con devozione ma quasi sempre in silenzio. Durante uno di questi incontri vennero discusse varie dottrine filosofiche, tra cui la natura del principio vitale, e se vi fossero probabilità che venisse scoperto e divulgato.

Forse influenzata dai discorsi di carattere scientifico che la compagnia di amici aveva fatto quel giorno, di notte Mary ha un incubo e sogna la famosa scena in cui il creatore osserva terrorizzato la sua creazione ormai in vita. Sarà Mary Shelley l'unica a portare a compimento quell'impresa proposta da Byron e il risultato, naturalmente, sarà proprio Frankenstein.

La serata trascorse in questa conversazione, ed era passata anche l'ora delle streghe quando ci ritirammo per riposare. Quando posai la testa sul cuscino, non mi addormentai, ma non si può dire che stessi pensando. La mia immaginazione, non richiesta, mi pervase e mi guidò, donando alle immagini che si affacciavano alla mia mente una lividezzza di gran lunga superiore alle solite visioni delle fantasticherie. Vidi - con gli occhi chiusi, ma con una percezione mentale acuta - il pallido studioso di arti profane inginocchiato vicino alla cosa che aveva assemblato. Vidi l'orrenda sagoma di un uomo disteso, poi, all'entrata in funzione di un qualche potente macchinario, lo vidi dar segni di vita e fremere con un movimento impacciato, vivo solo a metà. 

 Nella famosa introduzione, la Shelley sembra essere molto cosciente degli elementi che l'hanno portata a concepire la storia della creatura, ma è ancora più interessante scoprire altri elementi di influenza che ritroviamo sparsi e un po' nascosti all'interno del romanzo stesso. Primo tra tutti, il Paradise Lost di John Milton: l'epigrafe che troviamo ad inizio romanzo non solo ci fornisce un'informazione fondamentale per capire parte delle origini di questa storia, ma anticipa in maniera abbastanza esplicita il nucleo della storia stessa.


Chiuso entro la mia creta, t'ho forse chiesto io,

Fattore, di diventar uomo?

T'ho forse chiesto io di trarmi dalle tenebre? 

Illustrazione per il frontespizio dell'edizione del 1831.
Altro grande autore inglese che possiamo ritrovare tra le fonti letterarie della Shelley è Samuel Taylor Coleridge e in particolare La ballata del vecchio marinaio (The Rime of The Ancient Mariner). Echi di quello che diventerà il manifesto del Romanticismo si possono ritrovare in due momenti: in primo luogo, nella descrizione che Walton fa di Victor Frankenstein una volta salvato dai ghiacci possiamo notare la somiglianza dell'espressione "selvaggia, quasi folle" degli occhi sia di Victor che del vecchio marinaio. In secondo luogo, l'inseguimento finale tra creatura e creatore nelle regioni polari non può che far tornare la mente indietro proprio alla ballata di Coleridge, la cui storia è ambientata proprio negli stessi luoghi. Riprenderemo comunque nella prossima puntata l'influenza di Coleridge e Milton in Frankenstein da un punto di vista tematico.

In realtà, le fonti letterarie per questo romanzo sono molteplici e avremmo bisogno di un articolo dedicato per elencarle e spiegarle tutte. Ci basti sapere, in ogni caso, che l'ambiente letterario e culturale nel quale è cresciuta e vissuta Mary Shelley non ha fatto che aumentare l'interesse della scrittrice per determinati temi: l'educazione e la sua influenza, ripreso dalla madre, Mary Wollstonecraft, la quale le ha anche insegnato a mettere in dubbio la categoria del "mostruoso" (da A Vindication of The Rights of Men e A Vindication of The Rights of Woman, 1790 e 1792); le idee di provenienza paterna sulle ingiustizie fatte dalle istituzioni sociali (da Enquiry Concerning Political Justice, William Godwin, 1793) e le teorie estetiche sulla frammentazione delle parti (dagli scritti di Burke, Schiller e Coleridge).

Le avventure di Arthur Gordon Pym - Edgar Allan Poe

Anche per Edgar Allan Poe, l'ambiente culturale e letterario ha riservato molteplici fonti di ispirazione per il suo unico romanzo completo, Le avventure di Arthur Gordon Pym, pubblicato nel 1838.

L'ambiente letterario, soprattutto quello inglese, del secolo precedente era stato dominato dalla letteratura di viaggio, spesso fantastico e/o immaginario. Basta citare nomi come Daniel Defoe o Jonathan Swift, autori con i quali Poe lettore avrà avuto sicuramente modo di venire a contatto. E' particolarmente interessante, poi, notare come molti racconti di viaggio fossero ambientati in una fantomatica terra del sud, narrata da Tolomeo e smentita dopo il secondo viaggio di James Cook nell'emisfero boreale. Anche in Gordon Pym, perciò, come succede per Frankenstein, ritroviamo non solo il motivo del racconto di viaggio - ricordiamoci che Pym racconta in prima persona la sua storia sotto forma di diario di bordo -  ma anche e soprattutto il motivo del viaggio verso l'emisfero sud del mondo, terra sconosciuta dai tratti misteriosi e quasi mitici.

Le prime due puntate del romanzo di Poe
nel Southern Literary Messenger, giornale
di cui lo scrittore era editor.
©Cornell University Library
E' lo stesso Poe che si rivela un appassionato lettore di questo genere nel 1837, nel Southern Literary Messenger di Baltimora, nell'entusiasta recensione di South Sea Expedition, il resoconto di un viaggio nel Sud Pacifico dell'esploratore Jeremiah N. Reynolds. C'è chi ha anche affermato che Poe abbia addirittura copiato parte del testo di Reynolds nel suo romanzo, ma è certo che lo scrittore americano conoscesse molto bene il genere letterario.

Letteratura di viaggio e resoconti di esploratori si incontrano perfettamente in Poe insieme ad un altro grande autore già citato nelle influenze di Frankenstein. Sì, sto parlando di Coleridge e la sua ballata. Infatti, proprio nei capitoli finali del romanzo di Poe, il viaggio di Pym assume caratteristiche molto simili al viaggio compiuto dal marinaio.

Un elemento più interessante è l'influenza che Poe ha su se stesso. Molti temi presenti in Gordon Pym, infatti, erano stati anticipati in un racconto del 1833 dello stesso scrittore americano, Manoscritto trovato in una bottiglia (M.S. Found in a Bottle): un narratore-personaggio che narra incredibilmente il suo viaggio sotto forma di diario, un naufragio improvviso al quale solo il narratore sopravvive, una nave che procede insistentemente verso sud ed elementi gotici e macabri che a loro volta anticipano la famosa cifra stilistica di Poe.

Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde - Robert Louis Stevenson

La genesi di Dr. Jekyll e Mr. Hyde ha molti tratti in comune con quella di Frankenstein.

Come accadde per Mary Shelley, anche per  Robert Louis Stevenson la visione geniale e centrale del romanzo viene da un sogno. E' proprio la moglie di Stevenson, Fanny Van de Grift, nell'introduzione del 1905 al romanzo, a raccontare che
Nelle prime ore del mattino fui svegliata dalle sue [di Stevenson] grida di terrore. Io, pensando che stesse facendo un incubo, lo svegliai. Lui mi disse, arrabbiato 'Perché mi hai svegliato? Stavo sognando una bella storia di paura.'
"A Chapter on Dreams" pubblicato sullo Scribner's Magazine del 1888.
©British Library
Questa notizia è confermata dallo stesso Stevenson in un saggio scritto qualche anno prima, nel 1888, A Chapter on Dreams. Lo scrittore spiega, in maniera forse fin troppo razionale - un po' come aveva fatto Poe in The Philosophy of Composition - il suo genio creativo e di come questo sia stato costantemente influenzato dai diversi sogni e incubi che hanno accompagnato la sua vita sin da piccolo. Stevenson, infatti, cagionevole di salute, aveva passato gran parte della sua vita confinato a letto. Nel saggio, Stevenson rivela che quegli incubi tremendi potessero avere origine nelle letture che faceva - tra cui i racconti di Poe - e che nella sua testa fossero presenti delle "personcine" (little people) che sviluppavano i sogni. Insomma, questi piccoli attori erano i motori della sua immaginazione:

Posso fornire solo qualche esempio di quanta parte venga svolta durante il sonno e quanta durante la veglia e lascio che sia il lettore a decidere a chi spettino gli allori, fra me e i miei collaboratori. Prenderò in considerazione, pertanto, un libro che un certo numero di persone ha gentilmente voluto leggere, Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. Da tempo cercavo di scrivere una storia su questo argomento, di trovare un contenitore, un veicolo, poiché quel forte senso della doppiezza che si annida nell'uomo è qualcosa che a tratti cattura e domina la mente di ogni creatura pensante. [...] Per due giorni mi tartassai il cervello per trovare qualche trama; e durante la seconda notte sognai la scena della finestra, e una che viene dopo, divisa in due parti, in cui Hyde, perseguito per qualche delitto, trangugiava la pozione e intraprendeva il mutamento sotto gli occhi degli inseguitori. Tutto il resto venne eseguito da sveglio, in piena coscienza.

Manoscritto di Dr. Jekyll e Mr. Hyde
© The Pierpont Morgan Library, New York. MA 1202.
Photography, Graham S. Haber, 2012
Altre fonti interessanti per la creazione del racconto sono, perciò, sicuramente le letture di R.L. Stevenson. Siamo molto fortunati ad avere libero accesso alla biblioteca personale dello scrittore, disponibile e consultabile online. Dalle numerose note scritte a penna ai margini, possiamo anche capire che lettore attento fosse Stevenson. Appassionato di Shakespeare - lesse l'Amleto e il Re Lear) e lettore di Bunyan e di The Pilgrim's Progress, Stevenson aveva letto anche il suo contemporaneo Poe e il famoso A Vindication di Mary Wollstonecraft. Curioso notare che tra i libri letti non risulta nulla della figlia della Wollstonecraft, Mary Shelley, nonostante le numerose affinità tra i rispettivi scritti più famosi.

La religione è sicuramente un altro punto di influenza per la redazione del racconto. Bisogna considerare che Stevenson era stato cresciuto in una famiglia di devoti presbiteriani e in particolare era stato educato dalla bambinaia che gli leggeva e interpretava testi di Bunyan, di Calvino e la Bibbia. Il calvinismo, in particolare, si può ritrovare nel testo nell'apparente mancanza di una forza "buona" moralmente: per i calvinisti, nessun uomo è buono perché tutti siamo peccatori e allo stesso modo si potrebbe intuire che nel romanzo nessun personaggio, alla fine, sia moralmente intatto.

Un po' più presenti e rilevabili nel testo, sono, però, le influenze scientifiche. Il contesto culturale nel quale Dr. Jekyll e Mr. Hyde viene redatto è quello di un forte contrasto tra due correnti di pensiero: da una parte un dilagante positivismo, quindi una fiducia quasi cieca nella scienza e nel suo potere di creare, trasformare e indagare la realtà; dall'altra, una forte paura di queste nuove scienze che mettevano pericolosamente in dubbio il potere e la forza di Dio. Questo fu un motivi per cui le nuove teorie darwiniane sull'evoluzione avevano creato forti polemiche. Dove può portare la ricerca scientifica? Di certo, nel racconto di Stevenson, a nulla di buono ed è per questo che Dr. Jekyll e Mr. Hyde interpreta perfettamente il quesito sulla pericolosità del sapere scientifico. Ma di questo ne parleremo più approfonditamente nel prossimo appuntamento.

Grazie per essere arrivata/arrivato alla fine dell'articolo, spero sia stato di tuo gradimento.
Ci leggiamo alla prossima puntata di #infondoallibro!

Francesca, Le ore dentro ai libri.

Sitografia e bibliografia: 
Mary Shelley. I miei sogni mi appartengono. (L'orma Editore, 2015)
A Routledge Literary Sourcebook on Mary Shelley's Frankenstein, Timothy Morton (Routledge, 2002)
Frankenstein, Mary Shelley (Einaudi, 2016)

Agghiaccianti simmetrie: dinamiche testuali in The narrative of A. Gordon Pym di Edgar Allan Poe, Ugo Rubeo (Lozzi & Rossi, 2000)

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Robert Louis Stevenson (Mondadori, 2017)
Lit2Go - A Chapter on Dreams, Robert Louis Stevenson
The British Library Online Catalogue

venerdì 2 novembre 2018

novembre 02, 2018

In fondo al libro #1: una lettura ravvicinata di "Frankenstein", "Gordon Pym" e "Dr. Jekyll & Mr. Hyde"

Buongiorno cara lettrice e caro lettore. Termino la settimana più spaventosa dell'anno - in termini di festività, si intende - con il primo di una serie di articoli del tutto nuova: #infondoallibro.

Nei tre anni di università credo di aver imparato a fare una cosa, ossia divertirmi nell'analisi di ciò che leggo. Che divertimento, eh? E bene, se hai letto l'articolo sulle mie confessioni da lettrice, saprai che il modo in cui solitamente leggo i libri per l'università è un po' più approfondito da quello con cui affronto i libri che leggo per interesse personale. Nel tempo, però, questo metodo un po' più analitico è diventato più interessante e sono riuscita ad applicarlo in parte al resto delle mie letture. Perché, mi son detta, non portare questa parte della mia vita anche sul blog?

Ecco a te il risultato, spero comprensibile, di questa avventura: un piccolo viaggio, diviso in tre parti, all'interno di tre testi che, a mio parere, sono perfetti per questa settimana spaventosa. Diamo il via alle danze il giorno dei morti e finiremo all'incirca tra due settimane.

Per questa prima puntata, il confronto verterà sulla struttura narrativa di questi tre romanzi: cosa hanno in comune e quali differenze presentano Frankenstein, Le avventure di Arthur Gordon Pym e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde?


La struttura  narrativa

Il primo elemento che salta all'occhio quando si mettono a confronto tre romanzi come questi è la loro struttura narrativa, ossia il modo in cui la storia viene raccontata. In tutti e tre i casi, questa struttura non è lineare e non segue del tutto la tradizione di una narrazione semplice che si sviluppa su un solo piano e attraverso le parole di un solo narratore, spesso in prima persona. La novità dei tre romanzi, però, non si trova tanto in queste strutture che di innovativo hanno ben poco, bensì nel loro uso e sviluppo ai fini della storia.

" It is with considerable difficulty that I remember the original era of my being: all the events of that period appear confused and indistinct. "

Nel 1818, Mary Shelley dà alla luce Frankenstein in pieno anonimato. L'intera narrazione della storia è sempre affidata ad un narratore di prima persona che cambia ad ogni sezione. La storia si apre con le lettere inviate dall'esploratore Richard Walton alla sorella, Mrs. Saville, attraverso le quali il lettore ha accesso alla storia di un viaggiatore misterioso che viene tratto in salvo dall'equipaggio dello stesso Walton. Si tratta di Victor Frankenstein, giovane scienziato la cui storia è ben nota a tutti i lettori, passati, presenti e futuri, anche a coloro che non si sono mai barcamenati nella lettura di questo romanzo.

I piani narrativi dell'opera più conosciuta di Mary Shelley, però, non si esauriscono con la storia raccontata da Walton in forma epistolare, perché non appena l'esploratore riesce ad aprire un dialogo con Victor, quest'ultimo prende la parola. Da questo momento, la Shelley struttura il romanzo come se fosse una storia a sé, sotto forma di capitoli e questi formano una sottospecie di struttura per un altro livello narrativo che viene presentato al capitolo 11: quello della Creatura, nel toccante momento in cui incontra il suo creatore tra i ghiacci.

Solamente una volta giunti alla fine, la narrazione tornerà nelle mani di Walton attraverso le lettere indirizzate alla sorella. Tutte le narrazioni sono, in qualche modo, legate tra loro da questo avvicinarsi ed allontanarsi dal nucleo - rappresentato dalla creatura - ma sono anche causa del collegamento che viene a crearsi tra i personaggi. Basta pensare alla vicinanza tra Walton e Victor Frankenstein, entrambi esploratori ambiziosi, l'uno del mondo geografico, l'altro dei limiti della scienza.

Durante la lettura del romanzo, il lettore si trova di fronte ad una struttura circolare nella quale l'autrice dà inizio alle danze con Walton e conclude con lo stesso esploratore.

Frankenstein è l'unico caso dei tre in cui l'autrice decide di auto-eliminarsi dalla narrazione proprio attraverso la scelta dei narratori in prima persona. Facendo ciò non si esclude, in ogni caso, dal prendere una posizione: è questo il grande vantaggio che Mary Shelley ha sui narratori realisti dei decenni che verranno, il potersi distanziare dai suoi personaggi e dalle loro scelte etiche e morali senza doverlo esplicitare.

" My name is Arthur Gordon Pym. "

Nel 1838, invece, un Edgar Allan Poe nel pieno della sua carriera da editor (si muoveva a Baltimora tra il Southern Literary Messenger e il Graham Magazine) pubblica quello che sarà il suo unico romanzo completo, Le avventure di Arthur Gordon Pym, conosciuto al pubblico italiano anche con altri titoli.

Con Gordon Pym, Poe attraversa una fase di sperimentazione folle con la quale, alla fine dei giochi, lo scrittore crea un puzzle di generi letterari incorniciati da una struttura apparentemente semplice. La storia del giovane Pym, yankee inesperto che decide di imbarcarsi clandestinamente su una baleniera con il suo più caro amico Augustus per seguire innocentemente il suo sogno, si tramuta in un viaggio grottesco e inquietante fino ai limiti del mondo conosciuto.

Il diario di viaggio, perciò, sembra essere l'unica tecnica narrativa appropriata per dar voce a Pym, ma Poe, autore non per niente banale in fatto di composizione di testi (vedi il breve saggio The Philosophy of Composition, La filosofia della composizione, 1846) non lascia nulla a caso: ancor prima di dar voce alle avventure del suo personaggio-narratore, inserisce una nota curiosa proprio riguardo quel diario di avventure che il lettore andrà a leggere. La firma apposta a fine nota è quella di Pym stesso, apparentemente tornato sano e salvo dal viaggio e che sottolinea la veridicità del suo stesso racconto. La parte più curiosa di questa nota iniziale è la presenza di un "Mr. Poe": è l'editor di quel diario di bordo del quale diventa garante, sia per quanto riguarda il manoscritto in sé ma anche e soprattutto della sua veridicità.

Ecco che abbiamo anche qui diversi livelli di narrazione e in questo caso è l'autore stesso, resosi personaggio, ad aprire la sequenza. Lo stesso autore-personaggio tornerà alla fine del romanzo con una nota finale in cui chiarirà il destino di Pym e in parte si contraddirà rispetto a ciò che aveva detto precedentemente nella nota iniziale.

Trattandosi di un diario di viaggio, bisogna immaginarsi due personaggi diversi: Pym personaggio che vive le avventure in mare e il Pym scrittore di quelle memorie di viaggio. Perché sottolineare questa divisione? Il romanzo, come vedremo nelle prossime puntate, è costellato di segni ambigui che giungono ai sensi di Pym da diverse direzioni: l'ambiente intorno a lui, i personaggi che incontra e non di meno le avventure stesse che vive. Grazie a questo tipo di struttura narrativa si capisce come questi segni vengano percepiti in modo diverso da parte di un Pym ancora inesperto e un Pym che ormai ha già vissuto quelle avventure e le sta raccontando, anche con un po' di scherno nei confronti di se stesso.

" I was born in the year 18- to a large fortune, endowed besides with excellent parts, inclined by nature to industry, fond of the respect of the wise and good among my fellow-men, and thus, as might have been supposed, with every guarantee of an honourable and distinguished future. "

Per quanto riguarda, invece, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, ritroviamo di nuovo, come nel caso di Frankenstein, i molteplici narratori che aiutano a creare una struttura narrativa a più livelli, seppur non lineare.

In questo caso la narrazione è così divisa: nei primi otto capitoli, che corrispondono al punto di vista di Mr. Utterson, il lettore si trova di fronte ad una narrazione in terza persona. Questa funziona proprio grazie al tipo di personaggio che ci troviamo di fronte e sul quale l'attenzione è focalizzata. Sarà forse un caso che "utter" in inglese significa "pronunciare, affermare"? Bilanciato e razionale proprio come la narrazione di fronte alla quale si trova il lettore, Utterson dà inizio ad una vera e propria indagine sul "caso" costruito da Stevenson.

Improvvisamente, però, l'autore decide di dar voce direttamente ad uno dei personaggi coinvolti nella vicenda, il dottor Lanyon, il cui racconto è presentato al lettore in prima persona. Con questo cambio repentino, il lettore è quasi costretto ad avvicinarsi, anche emotivamente, allo "strano caso" dal quale aveva finora avuto modo di distanziarsi grazie alla narrazione in terza persona dei capitoli iniziali. Sarà questo, probabilmente, il momento in cui il lettore deciderà se mettere in dubbio la testimonianza -seppur solo riportata da Lanyon- di Jekyll o se empatizzare con lui.

La prova finale sarà presentata solamente alla fine, con il racconto in prima persona del dottor Jekyll. La confusione che questa scelta di cambi repentini nella narrazione potrebbe causare è, in realtà, immotivata, perché aiuta a costruire questa indagine deduttiva -dal generale al particolare- che tiene il lettore incollato alle pagine dalla prima all'ultima.

Avrai sicuramente notato le tre citazioni che ho inserito. Non sono poste a caso. Ognuna fa parte della sezione narrativa che corrisponde al racconto personale, in prima persona, presente nel nucleo di ogni romanzo. Non ho inserito la parte del racconto di Victor Frankenstein poiché ritengo che il nucleo di Frankenstein sia il racconto della creatura, non quella del suo creatore.

Ognuna di queste tre parti pone l'attenzione sulla caratteristica comune ai tre romanzi: il fatto che tutti, in una forma o nell'altra, abbiano a che fare con la ricostruzione di un intreccio contorto in cui la figura umana - o meno - sembra quasi svanire in confronto a degli eventi orrifici come quelli raccontati. Che siano altri gli elementi più importanti di questi romanzi a dover venire fuori?

Ci leggiamo alla prossima "puntata" di #infondoallibro.
Grazie di avermi letta,
Francesca, Le ore dentro ai libri.


Libri citati:

  • Frankenstein, Mary Shelley. Einaudi Tascabili, 2016. Traduzione di Luca Lamberti. A cura di Nadia Fusini. (Frankenstein. Or The Modern Prometheus, Mary Shelley. Penguin English Library, 2012)
  • Le avventure di Gordon Pym, Edgar Allan Poe. Universale Economica Feltrinelli, 2013. Traduzione di Davide Sapienza. (The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket, Edgar Allan Poe. Collins Classics, 2016)
  • Il dottor Jekyll e Mr. Hyde, Robert Louis Stevenson. Universale Economica Feltrinelli, 2013. Traduzione di Barbara Lanati - oppure Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sg. Hyde, Robert Louis Stevenson. Einaudi Tascabili, 2015. Traduzione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. (The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, Robert Louis Stevenson. Penguin English Library, 2012)

Piccola nota a margine: nelle informazioni sui libri, potrei indicare più di un suggerimento per l'edizione italiana. Questa scelta è stata fatta facendo caso alla traduzione, al tipo di edizione (con note, premesse e post-fazioni) e al curatore/curatrice del romanzo, elementi che a mio parere sono rilevanti nella lettura e comprensione di un'opera in traduzione. Altri suggerimenti al riguardo sono naturalmente i benvenuti!

lunedì 1 ottobre 2018

ottobre 01, 2018

Una saga nordica non canonica: "Testa di cane" di Morten Ramsland



Autore: Morten Ramsland
Titolo: Testa di cane
Titolo originale: Hundehoved
Lingua originale: danese
Edizione: Universale Economica Feltrinelli, 2008
Traduzione: Eva Kampmann

Nella postfazione a Laxdæla Saga (Iperborea, 2015) Alessandro Zironi mette in evidenza come ogni saga è "un'avventura dell'anima, un percorso dentro l'etica di una gente [...], il racconto dell'uomo nelle sue vicissitudini terrene, nei suoi conflitti, amori, odi, riappacificazioni".


Testa di cane è l'emblema dell'"anti-saga" nordica, una saga familiare atipica che rompe tutte le norme conosciute dei lunghi racconti islandesi: la presentazione di una "dinastia" dalle origini ai giorni più recenti, gesta eroiche narrate con un linguaggio altrettanto carico di immagini simboliche e ricorrenti.

Nel nostro caso, le gesta della famiglia Eriksson sono narrate da uno dei membri più recenti, Asger, che ripercorre i momenti più importanti della sua storia familiare. Ma non è solo lui a dare voce alle vicende, perché alla sua storia si aggiungono voci lontane nel tempo, narratori terzi che danno modo al lettore di fare esperienza di questa intensa narrazione a più piani temporali.

Da qualche parte della Germania orientale il mio nonno paterno sta attraversando di corsa una pianura. 

L'intensità di questo romanzo è, probabilmente, la parte che mi ha colpita di più dopo l'elemento sovrannaturale, il quale si amalgama alle vicende prima del nonno Askild e di sua moglie Bjørk e poi dei figli Niels Junior - chiamato affettuosamente Orecchie a sventola -, la cardiopatica e sovrappeso Anne Katherine e il "corsaro" Knut. La forte componente umana dei personaggi si concretizza nei nomignoli, spesso creazioni del burbero Askild, che collaborano alla creazione di un vero e proprio lessico familiare. Essa viene messa fortemente in risalto anche grazie al linguaggio ironico dell'autore. In questo modo, l'elemento sovrannaturale, quello delle visioni di nonno Askild e delle voci alle quali il piccolo Orecchie a sventola dà ascolto durante la sua infanzia, spicca ancora di più: ecco che la magica e terrificante esperienza solitaria di Niels Junior nel bosco prende le sembianze di un vero e proprio rito di passaggio e presagio per il suo sconclusionato futuro.

L'Asger ormai adulto ma ancora legato moltissimo al passato, mette in scena perfettamente il bisogno di un'intero nucleo familiare di rappresentare sé stessi. Ci si ricorda perfettamente degli strambi quadri cubisti di nonno Askild e sono questi stessi dipinti che non solo rappresentano visivamente per il lettore l'elemento naturale di questo romanzo, ma riflettono l'essenza stessa della famiglia: un collage scomposto in cui tutti i piani della realtà vengono messi a terra in modo confuso e spesso incomprensibile.

Nonostante gli anni passati e le generazioni una diversa dall'altra, gli Eriksson rimangono sempre gli stessi e nessuno può sfuggire a questa bizzarra famiglia. Tutti i membri sono connessi profondamente da un passato comune e da un presente che ne è altamente influenzato, ma non nel modo in cui ci si aspetterebbe da una famiglia normale. Chi fugge da essa o cerca di separarsi fa una brutta fine o ritorna al punto di partenza.

La prima volta che ho messo piede nella casa di riposo mi sono ricordato delle parole di nonna: Evidentemente la fuga è di moda nella nostra famiglia. In questo aveva ragione. Molti scappano, pochi tornano, e in quale punto conviene concludere?
Lo stile ironico, vivo nel linguaggio e pungente di Ramsland non risparmia nessuno dei protagonisti di questa saga familiare contemporanea, nemmeno l'unica figura che ha a cuore la memoria collettiva, nonna Bjørk. Testa di cane è un testo che pur essendo contemporaneo, ritorna spesso agli schemi della tradizione e la centralità di questa figura femminile che tiene assieme la famiglia ne è la conferma.

Tornando alle parole di Zironi, una saga è tale perché pone domande universali e il romanzo di Morten Ramsland ne solleva più di quante risposte, alla fine, ci sia concesso conoscere. E forse è proprio questo il nucleo della bellezza di questo romanzo.

Grazie per avermi letta. Alla prossima,

Francesca, Le ore dentro ai libri.

mercoledì 29 agosto 2018

agosto 29, 2018

Poesia in prosa: il caso di "Uomini e topi" di John Steinbeck

Autore: John Steinbeck
Titolo: Uomini e topi
Titolo originale: Of Mice And Men
Anno pubblicazione: 1937
Edizione: Bompiani, Classici Contemporanei, 2018
Traduzione: Michele Mari

Recensione:
Uomini e topi è uno di quei libri che non ti aspetti, uno di quelli che ti devono arrivare inaspettatamente a casa via posta con un biglietto che ti augura buona lettura per invogliarti ad iniziarlo. Questo è stato il mio percorso con il romanzo più famoso di John Steinbeck. Se Sara non me lo avesse regalato, probabilmente sarebbero passati mesi se non anni prima di prendere coraggio ed iniziare a leggerlo. Il problema fondamentale è che sono troppo abituata ad avvicinarmi alla narrativa anglo-americana accompagnata da una guida al testo e, o, una bibliografia critica che mi aiuti all'analisi analitica. Il problema della lettura universitaria - di cui ti ho parlato in questo articolo - è proprio questo, alla fine ti abitui troppo all'analisi e ti godi poco la lettura fine a se stessa. Una volta preso coraggio, però, ho capito fino in fondo le parole di Sara riguardo Uomini e topi:

Non credevo che un libro così "semplice" potesse racchiudere tanta "poesia"

E non lo avrei pensato mai nemmeno io. Ma iniziamo.

Pubblicato nel 1937, in pieno periodo Modernista, Of Mice and Men ha un titolo proveniente da una poesia settecentesca dello scozzese Robert Burns, in cui si fa riferimento al fatto che i topi non sono le uniche creature i cui piani finiscono per fallire poiché gli stessi piani umani non recano che dolore e sofferenza. Un titolo perfetto se si considera l'atmosfera generale del romanzo.

L'imprevedibilità è parte integrante di questo breve romanzo, un libro composto da atti e da descrizioni scarne, essenziali a rendere una particolare atmosfera teatrale alla quale lo stesso autore teneva sicuramente. Uomini e topi, infatti, nasce anche come romanzo che si possa facilmente adattare ad una rappresentazione teatrale e in questo senso il tipo di narrazione presentato al lettore è fondamentale a rendere l'intento. Gli atti del romanzo si compiono nel momento in cui vengono descritti e spesso le descrizioni sono le parole degli stessi personaggi, ai quali, a loro volta, viene data la possibilità di caratterizzarsi da soli. L'autore è presente solo nella parte finale, carica di un pesante senso tragico.

L'ambientazione del romanzo risponde all'esigenza iniziale dell'autore riguardo l'adattamento teatrale: la chiusura è fondamentale ma non sempre negativa. Se si considera il fatto che George e Lennie, i protagonisti della storia, sono dei lavoratori itineranti alla ricerca di un impiego, mi viene da pensare che il ranch, spazio chiuso, possa rappresentare un tipo di chiusura rispetto ad un ambiente esterno ostile e sconosciuto, che non dà sicurezze di alcun tipo. Il rapporto, invece, tra George e Lennie, potrebbe rappresentare quella chiusura rassicurante che dà la famiglia, ma che a volte può diventare asfissiante e stringere fino a togliere il fiato...

La protezione è forse l'aspetto che, a mio avviso, lega i due tipi di chiusura: uno dei desideri di George è quello di proteggere Lennie dal mondo esterno, che non lo conosce e non può capire la sua innocenza.

E' proprio una volta arrivata al concetto dell'innocenza che ho iniziato a pensare, invece, al mito.

Come tutti gli americani, anche l'autore di Uomini e topi vi è legato molto. Al contrario, però, di tanti autori che lo rappresentano sotto varie forme nelle loro opere, John Steinbeck lo mette in dubbio e quasi lo distrugge. A mio parere, i miti rappresentati in Uomini e topi sono largamente interpretabili, ma ce ne sono tre che sono fondamentali. Primo tra tutti, il mito dell'innocenza, rappresentato dalla figura di Lennie, una specie di fool che nella letteratura americana ritorna con una certa insistenza; il mito del sogno inteso come desiderio della realizzazione di un progetto futuro - ed ecco che il titolo si rivela nella sua pienezza - che Steinbeck distrugge apparentemente senza pietà; il mito della solitudine, sul quale mi soffermo un po' di più: George e Lennie, come il resto dei personaggi del romanzo, sono soli. Anche la geografia iniziale rende perfettamente questo senso costante di solitudine quando il narratore apre il romanzo:

Poche miglia a sud di Soledad il fiume Salinas arriva a lambire i fianchi delle colline e scorre verde e profondo.

Non starò a scrivere di quanto il mito della solitudine, per molti critici letterari, sia radicato nell'animo americano ma accennerò solo al fatto che spesso viene associato in modo universale alla mancanza di radici alle quali tornare e nelle quali riconoscersi. E che tipo di personaggi sono George e Lennie, se non due lavoratori itinerants senza radici?

E' questo, forse, l'aspetto che più mi è piaciuto del romanzo, ossia la capacità dell'autore di rappresentare un argomento particolare come la tragica storia di George e Lennie rendendola quasi una parabola per rappresentare l'universale. Uomini e topi è un romanzo godibile e meraviglioso anche e soprattutto per la varietà di punti di vista e interpretazioni possibili che vengono offerte al lettore. L'esperienza di lettura è poi migliorata dalla voce asciutta, spontanea e allo stesso tempo poetica dell'autore. Il messaggio di Sara può benissimo aprire e chiudere la mia esperienza di lettura di questo romanzo breve ma estremamente intenso.

A presto,

Francesca, Le ore dentro ai libri.

venerdì 25 maggio 2018

maggio 25, 2018

"Politics and the English Language" di George Orwell: come il linguaggio può salvare il pensiero

Autore: George Orwell
Titolo: Politics and the English Language
Edizione: Penguin Books, 2013

Recensione:
Ci sono letture che non riesci a portare a termine, altre invece che finisci nel giro di qualche ora, come è successo alla sottoscritta con il libro di cui ti parlerò nelle prossime righe. Terminato in due viaggi in treno di quaranta minuti - anche troppo tempo viste le poche pagine - , Politics and the English Language di George Orwell potrebbe far paura a lettori poco esperti di politica e linguistica, ma si rivela in realtà una lettura piacevole, facile e comprensibile.

Scritto nel 1945 e uscito ufficialmente sulla rivista Horizon l'anno successivo, Politics and the English Language è un breve saggio che vuole mettere in relazione il declino della società e il collasso generale di una lingua, in questo caso l'inglese. La scrittura di Orwell ha un grandissimo pregio, ossia riuscire ad organizzare un discorso generalmente complicato come quello discusso nel saggio, con ironia e in modo semplice e diretto.

La preoccupazione principale dello scrittore inglese è la verità e di come essa dipenda dall'uso che si fa del linguaggio, uno strumento che per Orwell deve servire ad esprime il pensiero e non a contenerlo. L'effetto che per l'autore dovrebbe essere evitato è l'utilizzo del linguaggio in difesa dell'indifendibile, ossia ciò che nell'età contemporanea il discorso politico sta facendo.

"Things like the continuance of British rule in India, the Russian purges and deportations, the dropping of the atom bombs on Japan, can indeed be defended, but only by arguments which are too brutal for most people to face, and which do not square with the professed aims of political parties. Thus political language has to consist largely of euphemisms, question begging and sheer cloudy vagueness"
"Cose come la continuità del dominio britannico in India, le purghe e le deportazioni russe, il lancio delle bombe sul Giappone, possono essere difese ma solo da argomentazioni che sono troppo brutali da affrontare per molte persone, e che non sono in linea con gli obiettivi professati dai partiti politici. Perciò, il linguaggio politico deve consistere largamente di eufemismi, ragionamenti fallaci in cui la premessa è data per scontata e pura e oscura vaghezza" 

La parte più interessante del saggio sono gli esempi che l'autore porta a sostegno della sua tesi: quello che lui chiama il "Modern English Writing" si è deteriorato e con esso anche il pensiero. Il discorso che secondo Orwell ne deriva è vago, ambiguo e anche poco originale.

La critica è diretta ai suoi contemporanei ma tocca anche l'autore stesso. Mi è quasi sembrato che Orwell fosse comunque cosciente della "quasi utopia" della sua esortazione che, seppur lodevole come tentativo di "salvare" il proprio tempo, rimane forse troppo manualistica.

E' lo stesso Orwell, infatti, ad elencare in modo molto preciso gli errori commessi più frequentemente in termini di un "rigonfiamento del linguaggio" mirato esclusivamente a rendere il discorso più appetibile esteticamente e privo di qualsiasi senso a livello di significato. Metafore ormai in disuso, termini latini e greci utilizzati in contesti fuori luogo e mancanza di originalità sono solo alcuni dei punti che lo scrittore mette in risalto.

Le mire di questo saggio, a mio avviso, non dovrebbero essere prese come un tentativo romantico di salvare la lingua - e di conseguenza, la formulazione dei pensieri - bensì come un monito per riflettere sull'importanza della questione.

" What is above all needed is to let the meaning choose the word, and not the other way about. "
"Ciò che è necessario più di qualsiasi altra cosa, è lasciare che sia il significato a scegliere la parola, e non il contrario"

Politics and the English Language è un saggio molto più attuale di quanto si possa pensare, il cui titolo forse non gli rende la dovuta giustizia. Non vorrei fare l'errore di rovinare il piacere della lettura di questo piccolo libricino, perciò è giusto che le mie parole si fermino qui. Ti lascio con un piccolo appunto sul contenuto di questa edizione: segue al saggio sulla lingua, la recensione di George Orwell sul Mein Kampf di Adolf Hitler. Non puoi perdertela.

Spero veramente che ci leggeremo presto con un'altra recensione, piano piano ritornerò a postare con regolarità. Incrociamo le dita!

Buona giornata e buone letture!

mercoledì 14 marzo 2018

marzo 14, 2018

Book Haul & Wrap Up #13


Buongiorno lettore e lettrice!

Ci siamo, sono passati altri due mesi e gli acquisti libreschi si sono accumulati. Devo ammettere di essere stata veramente molto brava e di non aver speso troppi soldi in libri nelle ultime settimane, nonostante le varie promozioni che avranno portato tutti i lettori d'Italia a sperperare il proprio stipendio o paghetta in libreria.

Vediamo insieme quali libri mi sono portata a casa tra gennaio e febbraio.


1. Una rosa per Emily, William Faulkner

Dopo il corso di letteratura anglo-americana all'università, questo autore mi ha affascinata al punto da voler iniziare a leggere tutti i suoi scritti il prima possibile. L'inizio migliore è sicuramente questo piccolo racconto - Faulkner era un maestro dei racconti, tant'è che Gabriel García Márquez e Andrea Camilleri lo hanno citato come ispirazione - che non poteva mancare nella mia libreria. Scritto nel '39, il racconto può essere interpretato da molti punti di vista, anche se il mio preferito e forse il più interessante rimane il tipo di narrazione adottata dallo scrittore: chi è che racconta la storia? Che rapporto ha con la misteriosa e inquietante Emily Grierson? Cosa sa? Cosa non sa? La storia  è ambientata in un sud degli Stati Uniti - quel mondo finzionale che Faulkner ha magistralmente creato - che sembra aver tagliato i rapporti con il passato ma che forse vi è legata più di quanto immagini.


2. Epepe, Ferenc Karinthy

Secondo acquisto dettato da consigli tra blogger: Sara è stata la prima ad adocchiare questo romanzo edito Adelphi con protagonista il problema dell'incomunicabilità. Un professore di linguistica si ritrova su un'isola dal nome e posizione imprecisati, senza documenti né punti di riferimento che lo aiutino a capire dove si trovi. Il numeroso popolo che abita quella terra non parla la sua lingua né tanto meno sembra capire nessun'altra lingua. Mi piace l'idea che questo libro possa mettere in scena uno degli incubi primordiali dell'uomo, quello di non riuscire a comunicare. A Sara non è piaciuto particolarmente, perciò credo proprio che anche solo per un confronto dovrò leggere questo libro il prima possibile! Grazie Sara!


3. Finzioni, Jorge Luís Borges

Ormai sai che Borges è un autore a me molto caro al quale mi sto avvicinando con molta cautela e determinazione. L'autore argentino non è di facile lettura e questa raccolta di racconti non sono da meno: si tratta, forse, della raccolta più famosa dello scrittore di cui, per il momento, ho letto solamente un racconto e mezzo. L'aspetto labirintico ed estremamente poetico, talvolta, dei racconti fa sì che molti debbano essere ingeriti a piccoli bocconi per essere gustati al meglio. Quel racconto che ho letto è entrato a far parte della mia storia di lettrice perché narra con originalità e un linguaggio metaforico la creazione letteraria attraverso i sogni. Parlo di Le rovine circolari.


4. Il crollo, Francis Scott Fitzgerald

Pubblicati inizialmente nel 1936 sul periodico Esquire, "Il crollo", "Attenzione, fragile" e "Incollare" sono tre articoli che Adelphi ha raggruppato sotto il nome del primo scritto ad un costo irrisorio. Si tratta di una vera e propria autopsia "delirante" in cui Fitzgerald osserva, analizza e distrugge senza pietà non solo un'intera generazione di americani "perduti" ma anche e soprattutto se stesso. Poche pagine separano l'inizio dalla fine ma questo libricino è forse quello che più di tutti mi intimorisce di più. Un gigantesco grazie, comunque, a Fabio Pedone per avermelo consigliato. Ora il libro è lì, nella libreria, che attende di essere letto.


5. Moby Dick, Herman Melville

Questo classico non poteva proprio mancare nella libreria di una studentessa di letterature anglo-americane. Ecco, forse devo riconoscere che nelle ultime settimane le letture e gli acquisti hanno seguito un percorso ben preciso che mi porta verso gli Stati Uniti ma non potrei esserne più soddisfatta. La storia della balena bianca la conosciamo tutti ed è un tassello fondamentale che vorrei recuperare entro quest'anno. Di Melville, per il momento, ho letto solamente Benito Cereno e sono molto curiosa di leggere il suo capolavoro.

6. Cuore di cane, Michail Bulgakov

Tra i consigli lasciati nel dimenticatoio c'era anche questo romanzo fantascientifico russo, in cui si prepara una trasformazione chirurgica di un cane in un uomo. Questo acquisto è stato l'incontro perfetto tra due zone decisamente lontane da quella di "comfort", ossia la letteratura russa e quella fantascientifica.

7. Il meraviglioso viaggio di Niels Holgersson, Selma Lagerlöf

Quando si fa il colpo grosso da Libraccio gli acquisti libreschi hanno tutto un altro sapore. Per la serie "usato mai sfogliato", in un pomeriggio di riposo dallo studio ho trovato questo volume Iperborea a metà prezzo in ottime condizioni. Si tratta di un classico della letteratura nordica per l'infanzia, scritto nel 1906 dall'autrice svedese come libro didattico e narra le avventure del piccolo Nils che, rimpicciolito da un folletto dopo l'ennesimo dispetto, intraprende un viaggio spettacolare alla scoperta delle terre svedesi, di se stesso e degli altri.


8. Le otto montagne, Paolo Cognetti

Questo, forse, è stato l'acquisto del mese. Grandissima occasione da Libraccio, il romanzo vincitore del Premio Strega 2017 è arrivato anche nella mia libreria dopo molti, moltissimi dubbi. Sai quanto sono restia ad acquistare e leggere i casi editoriali e Le otto montagne non ha fatto eccezione alcuna. Dopo mesi dall'uscita, mi sono convinta a dare una possibilità alla storia dell'amicizia tra Pietro, ragazzino di città, e Bruno, un ragazzo di montagna. Segnalo l'intervista di Francesca Marson (Nuvole d'inchiostro) all'autore, forse l'unica tra tutte che mi ha incuriosito al punto da voler scoprire questa storia.


9. Franklin Evans, l'ubriaco, Walt Whitman

Sono rimasta decisamente affascinata dalle edizioni della Mattioli 1885 e questo romanzo pubblicato dalla casa editrice di Parma ha conquistato non solo il cuore ma anche i miei occhi. Tutti conoscono il Walt Whitman di Foglie d'erba, l'opera fondamentale della storia letteraria americana dell'800, ma è raro trovarsi di fronte ad un Whitman romanziere, a maggior ragione se il romanzo in questione assomiglia più ad una creazione di Edgar Allan Poe. Ambientato tra la costa est degli Stati Uniti e il sud del paese, Franklin Evans racconta la storia sanguinosa dell'amore di due donne per il protagonista, Evans, che sfocia in un delitto fin troppo perfetto. Qualcuno, però, non è convinto della versione ufficiale dell'omicidio...


10. Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché, Giulia Ciarapica

Il passaparola funziona sempre e come nel caso del romanzo di Karinthy, anche l'acquisto di questo piccolo manuale sullo scrivere recensioni di libri online è stato felicemente condizionato da Stefania (I libri di Charlotte). L'autrice del libro è Giulia Ciarapica, blogger culturale (Chez Giulia) e una lettrice forte proprio come noi che frequentiamo il mondo dei libri quasi tutti i giorni. La bellezza di questa piccola guida al mare magnum dei libri sul web è che Giulia riesce ad orientare il suo lettore con chiarezza e semplicità, dando i giusti consigli con criterio ed esperienza.

11. Luce d'estate ed è subito notte, Jón Kalman Stefánsson

La letteratura nordica non mi abbandona mai. Nel momento in cui sembra essersi messa al lato per far spazio ad altre letture, eccola che riemerge con veemenza e mi travolge. Questa volta sono stata tentata da un originale accordo tra Il Corriere della Sera e Iperborea, che insieme hanno dato vita alla collana I Boreali: una raccolta dei più grandi autori contemporanei di letteratura nordica, composta da 25 volumi con uscita settimanale. L'intimo romanzo dell'islandese Stefánsson è la prima uscita ed io non potevo farmelo scappare. Anche in questo caso c'è lo zampino di un'amica, perciò grazie Giulia!

E tu hai approfittato delle diverse promozioni in questi due mesi?

Grazie per avermi letta, ci sentiamo presto con un altro articolo.

Francesca, Le ore dentro ai libri.

Chi scrive

Mi chiamo Francesca e ho ventidue anni. Sono una studentessa di Lingue e Letterature a Roma e, soprattutto, una lettrice entusiasta. Ho riscoperto dopo una piccola crisi il piacere della lettura, lenta o veloce, concentrata o leggera che sia. Buona lettura!
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Sulla lettura...

"La lettura, infatti, al contrario della conversazione, consiste per ciascuno di noi nel venire a conoscenza del pensiero di un altro senza smettere di essere soli, vale a dire continuando a godere del vigore intellettuale che si ha in solitudine, e che la conversazione dissolve immediatamente."

Marcel Proust,

Il piacere della lettura