giovedì 5 novembre 2020

Gli Stati Uniti attraverso la letteratura: "Un paese lontano" di Franco Moretti.

 Esistono diversi modi per insegnare la letteratura agli studenti universitari: lezioni frontali, lettura e analisi dei testi, lunghi monologhi sulla storia della letteratura o illuminanti discorsi che intrecciano tutto ciò appena nominato e un aperto dibattito su cosa sia la letteratura. Avere degli insegnanti che riescono a coniugare queste abilità è uno dei regali più belli che si possa ricevere quando si studia. Credo che gli studenti di Franco Moretti, nel corso degli anni e indipendentemente dal luogo di provenienza, abbiano vissuto un’esperienza simile.


Un paese lontano è la dimostrazione in breve di cosa significhi per Moretti non solo conoscere a fondo la letteratura ma anche e soprattutto saperla insegnare bene. Non si tratta solo di un insegnamento appassionato, che a Moretti non manca, ma anche di una capacità di saper connettere diverse discipline e cogliere tutta una rete di elementi che rendono gli Stati Uniti il paese che è oggi.


Un paese lontano parte proprio da un ciclo di lezioni sulla Literary History che Moretti ha tenuto sia a Stanford che a Salerno – una linea rossa che mette in contatto due mondi tanto distanti che a detta dell’autore non dovrebbero presentare differenze per colui che è tenuto a insegnare la storia letteraria. È apprezzabile che in poche pagine di introduzione l’autore sottolinei una necessità che va al di là dell’argomento del libro in sé, ma che include un’idea dell’apprendimento universitario come un vero e proprio arricchimento, sia dalla parte del docente che da quello degli studenti. Il discorso si intreccia con perfezione al nucleo del saggio, ovvero la cultura americana: l’idea che tutti un po’ abbiamo di una società basata generalmente sul consumismo è riassunta dall’espressione usata nelle università americane – come Stanford – a inizio semestre, quando gli studenti devono fare lo “shopping for classes” e scegliere di conseguenza i corsi da frequentare. Il collegamento è presto fatto.


Il fatto che cultura e apprendimento – della letteratura in questo caso ma il discorso può abbracciare altre discipline – siano così legate, è il punto di partenza di una riflessione che Moretti porta avanti con una schematicità di struttura necessaria al mezzo. Riflettere sulla storia della letteratura americana significa dover e poter riflettere non solo sulla storia americana ma anche sulla cultura che viene creata e che è allo stesso tempo alla basa di quella stessa storia.


'Forma' in Literary History significava in primo luogo: stile. Estrarre brani da un testo, e analizzarne il linguaggio funzionava bene in classe, e divenne una prassi prima ancora che me ne rendessi pienamente conto.

 

Non è un caso che Moretti tenga particolarmente al concetto di “forma” e di “stile” intese come elemento che in letteratura dà riconoscibilità all’opera: partire da loro non è solo il metodo che l’autore utilizza nel costruire questo saggio ma è anche il suo approccio preferito nel racconto delle opere letterarie e culturali al suo interno. In ogni capitolo Moretti parte da un dettaglio e analizza l’intera opera culturale anche con un certo trasporto che rende la lettura sicuramente meno noiosa di quanto potrebbe apparire.


La ragione principale stava nella letteratura stessa: dove, negli ultimi due secoli, il rapporto tra intreccio e stile si era progressivamente sbilanciato a favore di quest'ultimo.

 

Si tratta di un approccio che unisce una lettura molto ravvicinata dal testo e lo sforzo interpretativo per dare una ragione al testo stesso. Ecco che dalla lettura dei versi di Whitman e di Baudelaire messi a confronto fuoriescono due visioni opposte della modernità che si battono tra gli spettri della città di Parigi e il progresso di una nazione nascente. Entrambe le prospettive sono giustificate da una serie di eventi storici e culturali senza i quali quegli stessi testi non sarebbero probabilmente mai esistiti.


Di modernità se ne parla anche nel capitolo dedicato a Hemingway e all’estetica del nuovo secolo. Moretti si sofferma su un tema che a me è sempre stato molto caro: l’insolubilità del linguaggio quando è messo al servizio dell’inesprimibile, ovvero la situazione in cui poeti e scrittori si sono trovati davanti gli orrori e l’incomprensibilità del primo conflitto mondiale.

Quando si tratta di analizzare altre opere culturali, Moretti si rivolge al cinema, al teatro e all’arte. Dedica un capitolo al confronto tra film Western e Noir come generi cinematografici che rappresentano dei veri e propri “miti” americani, oggi radicati nell’immaginario culturale nel quale siamo tutti immersi.


Immancabili all’appello anche Hopper e Morte di un commesso viaggiatore, anch’essi inseriti in una poetica in cui l’indugio nella forma letteraria e di ciò che ci viene mostrato si unisce alle diverse rappresentazioni degli Stati Uniti.


Tutte le opere culturali nelle quali Franco Moretti ci guida in Un paese lontano sono rappresentative di una sfumatura specifica della cultura americana nello stile e nella forma in cui sono sviluppate. Moretti sembra provare a condurci all’idea che forma e contenuto sono due aspetti inseparabili in un’opera, soprattutto quando l’unione tra i due riesce a cogliere un dettaglio di qualcosa di più grande nella realtà esterna all’opera stessa.


Il saggio di Moretti non è lungo ma è denso di informazioni che in passato l'autore ha avuto la possibilità di spalmare in una serie di corsi seminariali per l'università. La resa è comunque ottima anche se ridotta per cause di forza maggiore, ma è anche e soprattutto accessibile a chi non ha la minima idea nemmeno di cosa sia la Literary History.

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