lunedì 29 maggio 2017

#SalTo30: la mia esperienza al Salone Internazionale del Libro di Torino

La trentesima edizione del Salone Internazionale del libro di Torino si è conclusa lunedì scorso con numeri da record: con 165.976 visitatori e un grande aumento delle vendite di libri agli stand, il Salone ha superato anche se stesso dando ai lettori una fiera godibile ed interessante. Per quanto mi riguarda, sono stati quattro giorno fantastici nonostante la stanchezza e ripeterei tutto dall'inizio senza problemi. 

Questa è stata la mia prima visita in assoluto al Salone del libro e la sensazione che mi ha travolta non appena ho varcato la soglia era di grande felicità ed emozione. L'atmosfera respirabile era di calma e allo stesso tempo frenesia per poter girare tutto Lingotto Fiere senza perdersi un angolo e considerando la grandezza del posto era decisamente una sfida importante per tutti. Vedere quel fiume di persone all'entrata e all'interno della fiera mi ha riempito ancora di più di emozione e non ti so dire bene perché. L'idea di avere molti eventi segnati sul block notes come "da vedere", poi, ha reso questa avventura ancora più interessante.

Per quanto riguarda gli eventi, infatti, si aveva l’imbarazzo della scelta e come era successo a Libri Come ho dovuto per forza rinunciare ad alcuni incontri per vederne altri. Se poi vogliamo parlare del fatto che mi sono dimenticata dell’incontro con Stefano Benni…beh, mi sono già disperata abbastanza quando me ne sono accorta, perciò meglio evitare di rigirare il dito nella piaga. 

Il primissimo evento al quale ho partecipato è stato in Sala Gialla in compagnia del simpaticissimo Daniel Pennac, tornato al Salone del Libro dopo diciassette anni in occasione dell’uscita dell’ultimo capitolo dei Malaussène. L’autore, tra un aneddoto e grosse risate con il pubblico, ha concentrato la sua attenzione sul concetto di reale: riprendendo Lacan, per Pennac il reale è ciò che stona e la bugia, di conseguenza, è ciò che tenta di nascondere la stonatura della realtà. Se la famiglia è una delle parti principali del ciclo dei Malaussène non è un caso, perché Pennac la ritiene l’unico valore sacro, proprio perché stona. La realtà è incredibile ed incredibili sono le vicissitudini di Alceste nel nuovo romanzo. 

Burhan Sönmez (a sinistra)
Affascinata dall’incontro a Libri Come, ho seguito Burhan Sönmez anche a Torino e questo fantastico autore non ha disatteso le mie aspettative. Sönmez, scrittore e attivista turco, ha da poco pubblicato il romanzo Istanbul Istanbul, un racconto in stile boccaccesco in  cui alcuni prigionieri, spinti dalla forza di evadere dalla loro cella, iniziano a raccontarsi a turno delle storie. 

L’immaginazione per l’autore è fondamentale per resistere e per liberarsi dall'oppressione di un governo che nasconde i suoi oppositori nella Istanbul sotterranea, quella che c’è sempre stata ma che si fa finta di non vedere. Essa è importante perché ricrea la realtà e Sönmez ha tenuto a sottolineare che è proprio questa la paura del governo, ossia che le persone inizino a ricreare la realtà e pensare da soli. L’immaginazione e la vita coesistono per l’autore. La Istanbul di sopra, quella viva e attiva, e la Istanbul di sotto, quella nascosta agli occhi di tutti, sono tra loro collegate da un legame molto forte che con i racconti dei prigionieri si fa sempre più forte. Sönmez ha spiegato come sia difficile descrivere la sopravvivenza al dolore ma lui che nel 1996 subì un grave attacco dalla polizia, sa bene che quando si è coinvolti in prima persona questo forte dolore si trasforma in “qualcosa di sconosciuto nel petto” che porta a reagire. 

Gli interpreti dell'incontro con Sönmez
Molto interessante il discorso sul tempo e sullo spazio: nella concezione condivisa più o meno da tutti, turchi compresi, l’oriente rappresenta il passato e le tradizioni, l’occidente il futuro. Tutto ciò che invece hanno i prigionieri nella cella è il presente e lo utilizzano per spingere se stessi verso l’unica direzione possibile: l’alto, lì dove la vita continua senza di loro. Alla domanda se sia possibile ricreare la Turchia come stato multiculturale, Sönmez ha avuto poca esitazione: “è possibile”. Non si tratta di un sogno ma di una possibilità perché lo scrittore sa che persone come lui, persone che lottano ogni giorno per la loro libertà e quella degli altri, prevarranno sul governo di Erdoğan. La parte più attiva in questa lotta è la cultura e di conseguenza anche quella più a rischio in Turchia secondo Sönmez. L’opposizione politica non migliora la situazione, perché come ha spiegato l’autore non c’è mai un accordo tra i piccoli partiti e di conseguenza non vi sono accordi. Speranza, determinazione e fiducia sono state le parole chiave durante questo incontro e si riflettono molto chiaramente all’interno del libro. Lavorando sul futuro, ha dichiarato l’autore, “si può cambiare la direzione di questo fiume di fuoco”.

Dopo l’incontro ho avuto la possibilità di parlare con Burhan Sönmez allo stand Nottetempo e l’impressione positiva che avevo avuto da spettatrice si è confermata anche parlando di persona con lui. L’incontro con Burhan Sönmez è stato, probabilmente, il più interessante e motivante della mia esperienza al Salone.

Serena Vitale (a sinistra)
Gli eventi al Salone non mancavano e tra questi non posso non citare l’incontro con la traduttrice Serena Vitale, un vero vulcano di esperienze. La scrittrice e traduttrice specializzata in lingua russa ha intrattenuto con entusiasmo i suoi ascoltatori parlando del rapporto dei poeti del ‘900 con la Russia, in particolar modo la Rivoluzione del 1917. La letteratura e la rottura politica della Russia a seguito della rivoluzione sono strettamente legate: c'è stato un forte cambiamento distruttivo nel paese che si è riflettuto anche nella mente dei poeti, perché la rivoluzione, come riportato dalla Vitale, ha distrutto gli ideali a causa dell’uccisione perpetrata negli anni e alla falsificazione della storia. Il merito di Serena Vitale riguardo i dodici poeti citati durante l’incontro (e di cui, perdonami, mi ricordo solamente Mandel’štam) è stato riportare alla vita la loro parte più poetica, profonda e malgrado meno conosciuta. E’ stato un peccato che non sia riuscita a seguire l’elenco dei nomi di questi poeti, anche se ho seguito con molto interesse la spiegazione di Serena Vitale riguardo la storia e le vicissitudini di un paese che, come la Russia, ha “stritolato” i (suoi) poeti. 

Da sinistra: Giorgio Fontana, Christian Raimo, Bruno Ventavoli e Giuseppe Culicchia
Attraverso il Salone del Libro sono venuta a conoscenza di un altro settimanale culturale di cui non avevo sentito parlare prima: Tuttolibri, il supplemento culturale de La Stampa gestito attualmente da Bruno Ventavoli, presente all’incontro al Salone dal titolo Recensire libri, recensire il mondo. Ospiti, i collaboratori del supplemento Giuseppe Culicchia, Giorgio Fontana e Christian Raimo. L’apertura di Ventavoli ha voluto ribadire l’idea con la quale Tuttolibri viene costruito ogni settimana, ossia parlare di libri con entusiasmo e piacere, perché il libro e la letteratura diventano socialità. Ventavoli mi ha trovata d’accordo nell'affermare che leggere non è solo l’atto di attribuire significato alle parole ma è esercizio di concentrazione per la nostra mente. Leggere aiuta, ma è difficile lanciare questo aiuto in un paese di non lettori. Culicchia ha ricordato che in Italia vengono stampati all'incirca 60.000 libri all'anno ed è un numero non indifferente. L’aiuto, che in questo senso dà Tuttolibri è proprio quello di orientamento, una bussola in un mare di libri. Una bussola che secondo Raimo può aiutare anche gli studenti. Lui, professore di filosofia e storia al liceo, è a contatto continuo con la nuova generazione potenziale di lettori, una fascia con dati sfortunatamente in calo. Il lavoro di orientamento per i giovani lettori è di fondamentale importanza per avvicinarsi alla lettura e per questo motivo il ruolo di chi recensisce è anche altamente pedagogico. La chiarezza è un altro fattore fondamentale per recensire un libro, perché come ha ribadito anche Culicchia, su Tuttolibri non si scrive per gli addetti ai lavori ma anche e soprattutto per chi, di libri, non si intende per niente. Per Fontana il metodo per arrivare a scrivere una buona recensione si divide tra due poli: da una parte, quello pedagogico per il quale è richiesta esattezza e precisione e dall'altra l’utilizzo della professionalità e la competenza propria di chi, come Fontana, sta a contatto giornalmente con i libri. Le connessioni sono uno degli esempi che possono rendere la recensione più accessibile e un modo per evitare di diventare troppo didascalico. Metodi diversi ma un punto di incontro importante sul quale mi trovo d’accordo: si tratta di un compito di responsabilità, da parte di chi recensisce e fa avvicinare anche i lettori meno convinti alla lettura di un buon libro. Una bellissima lezione!

Tra la stanchezza e il giro d’obbligo agli stand, gli eventi sono passati un po’ in secondo piano negli ultimi due giorni. Una cosa è certa, il giro agli stand ha fruttato moltissimo e sono tornata a Roma con dieci nuove letture da intraprendere, due shopper di tela una più bella dell’altra, tanti, tantissimi fogli e dépliant e nuovi appuntamenti per i prossimi mesi.



Tra gli appuntamenti del blog, invece, ti anticipo una serie di articoli dedicati al Salone che non avrei potuto inserire qui per ragioni di spazio: 

- Book Haul di aprile e di maggio (inclusivo degli acquisti al Salone)
- Nuova Editrice Berti: qualche domanda alla casa editrice
- La passione dello scrittore: Giovanna Avignoni, la SEU e gli autori Youcaniani

Insomma, anche per il blog la tabella di marcia è piena. Non mancheranno naturalmente le recensioni delle mie ultime letture, che pur avendo rallentato per gli ultimi impegni, sono ancora lì, in attesa di essere sezionate!

Ci rileggiamo presto,
Francesca, Le ore dentro ai libri.

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